O perché l’icona del supereroe è molto meno stereotipata e superata di quanto si creda!

So cosa state pensando: per quale motivo titolare un articolo di pop culture esattamente come quello che valse il premio Pulitzer a Lois Lane? Beh, mi sembra ovvio: anche io punto al Pulitzer, come minimo.

Battute stupide a parte, mi è sembrato doveroso rendere omaggio al tema anche tramite questo piccolo easter egg. “Perché il mondo ha bisogno di Superman” non è una questione così scontata: per quale motivo una società che continua a celebrare i furbi, che ritiene la forza una mera dimostrazione di potenza bruta, che stigmatizza la gentilezza e il buon cuore, un mondo dove il cinismo sembra essere l’unica strada per proteggersi e dove i cattivi sembrano vincere sempre, dovrebbe desiderare un eroe? A maggior ragione, un eroe come Superman, che incarna proprio tutto ciò che questo mondo sembra rifuggire.

È da un po’ che ragiono su questa cosa – leggi: da quando ero ragazzino e mi rifugiavo nei fumetti per scappare da una realtà che mi faceva troppo male. Leggere di supereroi mi aiutava (tuttora mi aiuta) a superare tutti i dolori della disillusione tipici della crescita. Ma in particolare ci penso da qualche settimana, e il culmine della riflessione l’ho raggiunto al cinema, qualche giorno fa, mentre guardavo Justice League e mi godevo finalmente il ritorno dell’Era degli Eroi. Già dai trailer mi ero fatto mille idee: il tema della speranza, della sua morte, assenza e paventata resurrezione, faceva da traino a tutto il resto, perfino al senso di colpa così opprimente di Batman. E questo mi solleticava più di ogni altra cosa. Più si avvicinava l’uscita del film, più cercavo di capire quale sarebbe stato il take deciso da Snyder – e poi rimaneggiato e limato da Whedon, come sappiamo. Erano giorni che fantasticavo su quel momento. La speranza. La luce. Avevo quest’immagine chiara in mente, direttamente da Kingdom Come, l’opera capolavoro di Mark Waid e Alex Ross: la nuova guardia di supereroi, figli di questo mondo cinico e indolente, che combatte senza alcuna cura per gli esseri umani che invece dovrebbe proteggere, ma anzi quasi solo per il gusto di farlo, compressa in estremismi e deliri di onnipotenza. Il pastore McCay, disperato che si rivolge allo Spettro – estraneo quasi, adamantino, gelido – urlando “non capisci?! Abbiamo bisogno di speranza!” e proprio in quel momento una cometa viola solca il cielo, e il tempo sembra fermarsi. L’inutile e cruenta battaglia finisce in pochi attimi. E lì, su, su nel cielo, nella luce del nuovo giorno, c’è Superman, tornato a sorpresa dopo un’assenza di anni. Invecchiato, più duro, meno sorridente, ma è lui. Senza bisogno di scene roboanti e di volgari manifestazioni di forza, ha neutralizzato quei cosiddetti eroi, li ha resi inermi come bambini. E la gente sul ponte sorride, applaude, sentendosi improvvisamente felice e al sicuro. Quando l’oscurità ha prevalso anche sugli eroi, nell’assenza di luce, è proprio lì che l’Eroe, quello vero, maiuscolo, il primo e più grande, è tornato. Quando c’era più bisogno di lui. Quando più nessuno ci credeva veramente.

Pochi giorni prima dell’arrivo nelle sale del film era uscita la tracklist completa, e i titoli di alcuni brani già mi facevano volare con l’immaginazione (“A New Hope”, su tutti). Poi ho ascoltato “The Final Battle”, dove c’è una citazione sia del tema burtoniano di Batman che quello del Superman classico di John Williams, riadattato da Danny Elfmann per questa soundtrack. E sognavo. Sognavo questo momento in cui finalmente al Superman del DCEU, che ho sempre comunque difeso, sarebbe stata resa la giustizia che meritava. Quando finalmente l’avrebbero centrato, e in molti altri – magari – avrebbero visto in lui quello che ho sempre visto io: non solo un eroe, ma un simbolo. Già, è proprio di questo che parlo quando dico che il mondo ha bisogno di Superman, esattamente come lo pensa e lo dice Bruce Wayne quando si rende conto di quanto questo strano gruppo che sta mettendo in piedi ha sì una mente e un braccio armato – Batman e Wonder Woman – ma ha bisogno, troppo bisogno di un cuore, un’anima. Di qualcuno che ricordi che c’è sempre speranza non solo agli altri eroi di carta e celluloide, ma anche a noi umani di carne, spaventati dalla vita. Che ci spinga a guardare in alto, nel cielo, alla ricerca della luce. E se questo simbolo può essere un personaggio fittizio, ben venga. Non so se questo piccolo sogno a occhi aperti si è realizzato per tutti voi, al cinema. Per me, è stato così. Superman (e mai come stavolta Henry Cavill interpreta nel migliore dei modi tutto questo) mi ha sempre spinto a credere che un uomo possa volare. A credere nella verità, nella giustizia, nella forza – quella vera, quella del cuore, quella che non si arrende. Nella gentilezza, nella potenza di un sorriso, di un abbraccio che non teme la diversità, nel potere di una scelta giusta, anche di quella più piccola, che può cambiare le cose passetto dopo passetto, come tante piccole luci accese in un mondo di tenebra, che alla fine vincono il buio. Ci ha spinto a credere negli Eroi.

E finché credi negli eroi, l’eroe dentro di te non morirà mai.