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Quentin Tarantino: 25 anni di successi mondiali!

Ecco la mia personale top 5 dei successi del regista Quentin Tarantino!

Se mi chiedessero di pensare ad un grande regista moderno, il primo nome che mi verrebbe in mente è proprio quello di Quentin Tarantino. Uno stile inconfondibile ed originale, una tecnica che ha fatto da apripista ad un nuovo modo di fare cinema, un genere destinato ad un’ascesa esponenziale, una capacità di attirare il pubblico che rappresenta un marchio di fabbrica del nostro regista. Ma parliamo un po’ “dell’uomo Quentin”; egli nasce a Knoxville, nel Tennessee nel 1963, da una giovanissima ragazza madre. Abbandonato dal padre ancor prima di conoscerlo, a 14 anni dà libero sfogo alla sua grande passione, il cinema, scrivendo la sua prima sceneggiatura. Ebbene il tocco dell’artista già c’era, ma dovrà attendere di avere almeno 23 anni prima di iniziare a produrre qualche pellicola indipendente. Il colpaccio arriva però nel 1991, quando il regista Monte Hellman, conosciuto ad un party, legge la sceneggiatura del suo Reservoir Dogs, trovandola molto interessante, e lo aiuta a cercare finanziamenti per la sua produzione. Il risultato fu che il film uscì nelle sale il 9 ottobre 1992, esattamente 25 anni fa; da allora Tarantino ha affinato ed accresciuto molto la sua tecnica, seguendo un percorso costellato di premi e di riconoscimenti, una sorta di riscatto personale nei confronti di una vita che non era stata molto generosa con lui. Ma andiamo a vedere nello specifico il suo percorso artistico, soffermandoci sulla top 5 di quelli che reputo i suoi grandi capolavori.

Reservoir Dogs (Le Iene)Reservoir Dogs

Reservoir dogs letteralmente non ha un senso compiuto, ma gli aneddoti legati alla scelta di questo titolo sono molti: c’è chi dice che sia nato dall’errata pronuncia da parte di Quentin del film francese “Au revoir, les enfants”; oppure che sia riferito a quei ratti talmente grandi da essere paragonati a dei cani che vivono intorno alle cisterne d’acqua (reservoir appunto); altri dicono che “dogs” non indichi  il significato letterale di “cani”, ma piuttosto un gruppo di uomini. Comunque sia il regista non ha mai voluto far chiarezza riguardo questa bislacca scelta, e ciò ha contribuito probabilmente a stimolare la curiosità degli spettatori.  Quello che è ovvio a tutti è che la pellicola ha rappresentato un punto di svolta nel mondo cinematografico; la sua collocazione all’interno di un unico genere è alquanto difficile, poiché in essa è presente sia humor macabro che scene d’azione unite a quelle splatter, sia una vene drammatica che il fattore thriller. Già la trama è un misto di originalità e di follia:  un gruppo di sconosciuti, identificabili solo con dei colori, vengono ingaggiati da un super criminale per compiere una rapina; qualcosa va storto, e tutta la vicenda si articola all’interno di un vecchio magazzino in disuso, in cui i personaggi si scervellano per capire chi sia stato a tradirli. Alla fine, tutto si risolve in perfetto stile tarantiniano, ossia con un mexican stand-off, un triello, una situazione in cui 3 dei protagonisti si tengono sotto tiro a vicenda. L’epilogo è semplicemente epico.

Ciò che colpisce in questo film è la presenza di un’accentuata violenza, sia verbale che fisica, ma mentre la prima la si può vedere e sentire perfettamente, la seconda viene celata agli occhi dello spettatore, e viene solo fatta intuire dai suoni e dalle immagini successive. Tarantino, in effetti, è attento a spostare la macchina da presa nel momento in cui questa violenza viene perpetrata ai danni di uno dei personaggi, sia esso il povero Marvin, o ancora, i protagonisti  della leggendaria scena finale. Reservoir dogs è un concentrato di cultura pop non indifferente, con numerosi riferimenti alla musica, tra cui Madonna, alle serie tv dell’epoca ed ai film, a testimonianza dell’enorme bagaglio culturale del regista statunitense. Nonostante il budget di realizzazione fosse alquanto irrisorio ed i tempi di produzione strettissimi, Tarantino ha fatto delle accurate scelte per quanto riguarda gli attori, mettendo su un cast corale di tutto rispetto. Tra i protagonisti abbiamo infatti: Harvey Keitel, Tim Roth, Michael Mardsen, Chris Penn, Eddie Bunker, Lawrence Tierney e Steve Buscemi. Piccolo cameo dello stesso Tarantino, che come il famoso Alfred Hitchcock, ha sempre cercato di ritagliarsi una breve parte in ogni sua creazione. A distanza di 25 anni però Reservoir dogs mantiene quella modernità e quell’attualità capaci di attirare le generazioni di oggi, e questa è proprio una caratteristica tipica di Tarantino.

Pulp FictionPulp Fiction

Film del 1994, si articola attraverso le storie dei personaggi, che intrecciandosi, danno vita ad una trama assolutamente Pulp. Abbiamo 2 killers miracolati (Samuel L. Jackson e John Travolta) ed alle prese con un cadavere senza testa; un pugile venduto (Bruce Willis) reduce da uno scontro in cui ha ucciso il suo rivale, e perciò inseguito da coloro che lo avevano “comprato”; una coppia di ladruncoli da ristorante (Tim Roth e Amanda Plummer) che commettono la rapina nel posto ed al momento sbagliato; la moglie del boss (Uma Thurman), annoiata ed appassionata di coca, che entra in overdose durante una serata in amicizia con il killer Travolta. Ed in più tanti personaggi di contorno, le cui gag ed i cui dialoghi mettono ancor più in evidenza l’enorme cultura del buon Quentin. Anche qui è presente un suo piccolo cameo, precisamente nei panni di un nevrotico soggetto a cui i 2 killers chiedono aiuto per sbarazzarsi del corpo senza testa; pur essendo un personaggio breve, è al contempo geniale. Immaginate la scena: un amico si presenta a casa vostra con un cadavere da occultare, quale sarebbe la vostra reazione? Ebbene, la reazione di Jimmy/Quentin non è di disgusto, ma di preoccupazione per l’imminente arrivo della moglie, e per il conseguente probabile divorzio. Pulp Fiction è questo; è un passo della Bibbia recitato da un serial killer; è un dialogo sui coffee shop di Amsterdam; è una gara di ballo in un locale anni 50; è una valigetta misteriosa contenente forse l’anima di un boss; è una scena di sodomizzazione inaspettata; insomma è un concentrato di pazzia, di azione, di sarcasmo, di dialoghi geniali, di violenza e di criminalità. La pellicola rappresenta il vero capolavoro di Tarantino, la pellicola è Tarantino! C’è lui in tutta la sua essenza! Dal punto di vista strutturale il film è scorrevole, attira lo spettatore, lo tiene incollato allo schermo dall’inizio alla fine. Se a questo aggiungiamo un cast stellare, una sceneggiatura originale, ed una colonna sonora calzante, possiamo dire che il capolavoro è servito!

Kill Bill volume 1-2Kill Bill

Con un salto temporale di circa 10 anni, ci ritroviamo a seguire le vicende della Sposa aka Uma Thurman, “la donna più letale del mondo con in mano un’arma da taglio”. Le due pellicole hanno un elemento in comune: la vendetta! Eh sì, perché ella ha subito dei torti non proprio perdonabili. Con in mano la sua death list si presenta davanti gli artefici di tali torti, e gli rende pan per focaccia. Mentre il volume 1 è più “orientale”, incentrato cioè sulla cultura e l’usanza samurai tipica del Giappone, il volume 2 è invece nettamente occidentale, siamo nella culla del vecchio West, il Texas. Kill Bill è come se fosse un enorme giro intorno al mondo, un’opera che abbraccia diverse culture e stili, mantenendo però quel carattere tipicamente tarantiniano: quindi largo spazio allo splatter, alle inquadrature strategiche ed ai rifermenti pop. La battaglia con le katane nel volume 1, è un piccolo capolavoro nel capolavoro: l’alternanza tra il multicolor e il bianco e nero rende perfettamente l’atmosfera tesa del combattimento. Il volume 2 non è certamente da meno: basti pensare alle scena in cui Bill parla del parallelismo tra Superman e la Sposa, o ancora all’inquadratura claustrofobica della protagonista sepolta viva, oppure al combattimento tra le 2 acerrime rivali guerriere all’interno di una roulotte. Un grande pregio di Quentin è quello di riuscire a creare dei personaggi femminili forti, indipendenti e che non si lasciano schiacciare, e la Sposa, così come Elle Driver, O-Ren Ishii e Vernita Green incarnano tutti questi aspetti. I personaggi maschili, nonostante l’indubbio talento degli attori scelti,  fanno quasi da contorno alle donne, senza mai dominare veramente la scena. Le attrici femminili, invece, sembrano perfettamente a loro agio nei panni delle killer pluriassassine. Si è parlato spesso di un possibile sequel, in cui la vendetta tornerà a farla da padrona, ma per ora possiamo ritenerci pienamente soddisfatti di queste 2 pellicole.

Bastardi senza gloriaBastardi senza Gloria

Siamo in Francia, nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, e il Colonello Hans Landa sta svolgendo diligentemente il suo lavoro, ossia trovare tutti gli ebrei fuggiti al rastrellamento e nascosti. Questo personaggio dall’esterno ci appare come un uomo tranquillo, pacato, a tratti gentile, ma basta poco per accorgersi della complessità del soggetto; ad uscire fuori all’improvviso è una personalità calcolatrice, opportunista, furba, manipolatrice, un uomo le cui idee non si capisce bene verso cosa protendano. L’identikit creato dall’attore Christoph Waltz è meticoloso, geniale, ed egli, con poche efficaci espressioni, riesce a rendere in pieno la pazzia del personaggio. Non per nulla ha vinto anche l’Oscar per questo ruolo, aggiungerei meritatamente! Ma mentre da un lato è inevitabile ammirare la bravura di questo eclettico attore, dall’altro non possiamo che aberrare le sue subdole azioni. Altra protagonista è Shoshanna, aka Melanie Laurent, una ragazza ebrea che ha assistito allo sterminio della sua famiglia, proprio per mano di Landa, e che perciò medita vendetta. Ecco che ritorna un tema caro a Tarantino: la vendetta. L’interpretazione della Laurent è ottima, e memorabile è la scena in cui ella viene presa alla sprovvista proprio dall’assassino della sua famiglia: la sua reazione, la sua espressione ci mostrano perfettamente lo stato d’animo che la pervade. In tutto ciò, nello stesso territorio operano i Bastardi, soldati americani ebrei, guidati dal sergente Aldo Raine, il cui unico scopo è quello di uccidere nazisti. Questi ultimi una volta catturati possono scegliere tra 2 destini: morire per la loro patria o dare informazioni circa i loro compagni nazisti, guadagnandosi al contempo una bella svastica sulla fronte disegnata in punta di coltello. Insomma, i bastardi sono degli epuratori, liberano il mondo dal male, dai nazisti cioè, e lo fanno con una certa passione; è quasi una missione per loro, al fine di portare a termine la guerra il prima possibile. Azzeccata la scelta del cast che vede: Brad Pitt, Christoph Waltz, Diane Kruger, Melanie Laurent, Michael Fassbender, e altri. Anche qui Tarantino si ritaglia un piccolo cameo di  10 secondi: interpreta, infatti, un soldato tedesco cui viene fatto lo scalpo da uno dei bastardi. In questa pellicola si nota che il nostro Quentin ha affinato molto la sua tecnica, mantenendo sempre i suoi classici elementi quali il mexican stand-off, o la presenza di più lingue oltre all’inglese, o ancora una certa forma di violenza più psicologica che fisica. Le inquadrature hanno quel qualcosa in più, così come la sceneggiatura e la colonna sonora: un connubio che arriva perfettamente allo spettatore. Da sottolineare poi, l’assenza di turpiloqui per tutta la durata del film: eravamo così abituati ai 269 “fuck” in Reservoir dogs o alle oltre 400 parolacce in Pulp Fiction, che vedere un film di Quentin privo di imprecazioni suona quasi male. Il finale autocelebrativo rispecchia in pieno il pensiero generale circa questo film: questo potrebbe essere davvero il suo CAPOLAVORO!

Django UnchainedDjango Unchained

Molti non condivideranno la presenza di questo film nella mia top 5, preferendo forse l’ultima opera The Hateful Eight, ma credo che Django Unchained abbia segnato l’apice artistico nella carriera di Quentin; non che The Hateful Eight  sia un film poco meritevole, anzi, ma De Gustibus..! Sarà che trovo eccellente l’interpretazione offerta dagli attori protagonisti, tra cui Christoph Waltz, Jamie Foxx e Leonardo Di Caprio. In particolare, quest’ultimo ha dato tutto se stesso, improvvisando una delle scelte cult dell’intera pellicola.  Ricordate quando Candie, dopo aver fatto un discorso sulla frenologia batte la mano sul tavolo rompendo un bicchiere e tagliandosi? Ebbene è stata una totale improvvisazione dell’ottimo Di Caprio. Resosi conto dello squarcio sulla mano, egli ha preferito continuare a recitare, non perdendo neanche per un secondo la concentrazione, ma anzi conferendo quel quid in più a tutta la scena. Christoph Waltz , come al solito, è impeccabile nel dar vita al suo personaggio: sensibilità e fermezza, sono questi i tratti evidenti del Dr. Schultz, tratti che egli rende perfettamente. La sua interpretazione gli ha fatto conquistare l’Oscar numero 2, sempre con merito! Presenti anche qui scene di violenza piuttosto forti, quasi disturbanti a tratti, alternate però da simpatiche gag, tra cui quella più divertente è rappresentata dalla scena sul Ku Klux Klan.  Sono presenti 2 camei: uno dello stesso Quentin nei panni di un mercenario di schiavi che salta in aria, ed uno dell’attore italiano Franco Nero, colui che interpretò nel 1966 il Django originale, nella pellicola di Corbucci. Tarantino si è sempre definito un grande estimatore degli spaghetti-western e questo è stato il suo modo per omaggiare la sua storica passione. Grande pregio dell’opera è la colonna sonora: essa comprende sia pezzi composti appositamente per questo film, che altri ripresi ed adattati da Morricone e da altri grandi maestri. Memorabile nei panni di un anziano maggiordomo di colore razzista anche l’interpretazione di Samuel L. Jackson, attore-feticcio del nostro Quentin: un sodalizio iniziato ai tempi di Pulp Fiction e protratto fino alla sua opera ultima, The Hateful Eight! L’epilogo, come è consuetudine nei film firmati Tarantino, è ovviamente epico!

In conclusione, si può dire che Quentin Tarantino sia una pietra miliare del mondo cinematografico, e possiamo solo augurarci che dopo 25 anni di successo, mantenga sempre intatto il suo stile e la sua geniale originalità. Vai Quentin!

 

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