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L’inganno – recensione

Al cinema la nuova creazione di Sofia Coppola che ritorna sul grande schermo forte della vittoria come miglior regia a Cannes. In questo film l’ autrice mischia ambienti horrorifici ad una componente d’ investigazione metaforica sulla lotta all’emancipazione femminile. 


Raggi di luce penetrano tra le piante mentre affiora , nell’ inquadratura della pellicola, una bambina vestita di bianco intenta a cogliere i funghi lungo un sentiero boscoso tra i monti del Missouri. Nell’ intera pellicola questo sarà l’ unico momento d’armonia prima che Emy ( Oona Laurence ) trovi sotto un albero il caporale nordista Jonathan McBarney ( Colin Farrell ). Nonostante le diffidenze la bambina decide di portare l’ uomo ferito all’ interno del collegio femminile diretto da Martha  Farnsworth ( Nicole Kidman) la quale si promette di curarlo prima di riconsegnarlo alle forze sudiste da cui è scappato.

Sofia Coppola ci fa entrare in questa pellicola caratterizzata da donne vestite di bianco che, a dispetto dei loro abiti e dei loro modi di fare, hanno ben poco di puro e candido. La fotografia è scura, opaca rendendo i loro abiti apparentemente sporchi quasi volesse mettere alla luce l’ oscurità presente nell’ animo di queste donne. Nel ambiente religioso e casto del collegio, l’ arrivo di quest’ uomo così seducente, provoca in loro il risveglio dei loro istinti lussuriosi. Questo clima sessuale è evidenziato dalle continue allusioni e dalle risa delle donne le quali, prima d’ora, non erano abituate a simili eventi ma, anzi, erano molto spesso impegnate a pregare nella penombra dei lumi di candela in un ambente protettivo contro i mali esterni. Mali esterni che non sono solo fonte di preoccupazione ma sopratutto di fascino che viene reincarnato nella figura di McBarney.

Il colonnello solo in apparenza riuscirà a controllare la situazione prima che gli eventi precipitino quando viene scoperto da una delle insegnanti del collegio, Edwina Morrow ( Kirsten Dunst ), mentre fa sesso con un allieva dell’istituto, Alicia ( Elle Fanning, la quale si riconferma abile nell’ interpretare i ruoli di donna meschina e fatale ).

Edwina, anche lei sedotta e in attesa che il colonnello le venisse a far visita nella sua stanza, presa da un raptus di rabbia spinge giù dalle scale McBarney il quale si rompe una gamba che poi verrà amputato dalla signora Martha la quale, anche lei, si è invaghita del soldato.

Il film vede protagonista queste donne potando alla luce la loro ipocrisia; prima vanno contro agli insegnamenti biblici facendosi sopraffare dai loro istinti cercando di giustificare le loro azioni riconducendoli a gesti cristiani e infine, dopo che per tutto il film hanno gareggiato l’ una contro l’ altra per accaparrarsi le attenzioni del colonnello, si uniscono per uccidere l’ uomo quando capiscono che esso può essere un pericolo per il loro piccolo microcosmo.  Il loro è un universo malato, basato su tradizioni retrograde che non permettono uno sviluppo intellettuale ma sopratutto morale. L’ unica che si schiererà dalla parte di McBarney è Edwina che, nonostante il raptus di follia del soldato dopo l’ amputazione della sua gamba, deciderà di unirsi sessualmente e sentimentalmente all’ uomo.  Proprio questa scena è la prova di come il sesso, nel film, viene visto come una componente malata, legata irrimediabilmente al concetto di morte, non è un caso che la scena dell’ amplesso tra Edwina e McBarney viene alternata alle immagini in cui le altre donne progettano l’ omicidio del uomo.

Nonostante il film sia visivamente interessante presenta delle lacune in fase di sceneggiatura. Da banali errori, come la totale assenza di urla e di dolore durante la scena dell’ amputazione, fino ad errori più gravi che riguardano il riadattamento letterario.

Nell’opera originale “A Painted Devil” (1966) scritto da Thomas P. Cullinan l’ amputazione della gamba è un gesto simbolico che ricorda l’ evirazione e il desiderio delle donne di non far scappare l’ uomo. L’ evirazione simbolica prova una repulsione da parte delle donne che ora rifiutano il colonnello sia come individuo ma specialmente come oggetto sessuale. Questa componente nell’ opera viene solo accennata dalle parole dell’ uomo ma mai analizzata fino a fondo. La sua frustrazione nel film è dovuta all’ amputazione mentre nell’ opera originale è dovuta alla perdita della status di oggetto sessuale.

Inoltre la pellicola risulta piatta e prevedibile, già dalla prime scene si capisce il multi tradimento nei confronti di queste donne e la loro vendetta è la naturale conseguenza. La mancanza di suspance provoca una mancanza di appetibilità nelle sequenze finali quando il soldato nonostante una vicenda tormentata si fida delle donne che lo ospitano.

L’ intero film è incentrato sul punto di vista delle donne, esse sono portavoce di una lotta contro i modelli maschilisti che costituiscono la società ma il loro modo di fare sembra portarli in una situazione ancora peggiore verso un comportamento maschilista a cui loro stesse cercano di fuggire. L’ intero film richiama ancora una volta ai temi già ripresi dalla Coppola nelle sue precedenti opere rendendo la pellicola stucchevole e dando la sensazione di qualcosa di già visto. Il film raggiunge la sufficienza grazie ad un’evoluzione stilistica della Coppola, in particolare l’ uso dei dettagli e l’ utilizzo della luce come mezzo espressivo ( non è un caso la Palma d’ argento alla miglior regia al festival di Cannes nel 2017). Ricami, tazze da te, ago e filo sembrano oggetti malvagi di una condizione a cui le stesse ragazze vorrebbero sfuggire ma non ci riescono.

Voto: 6


 

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