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“To The Bone” di Steven Wilson: recensione/review

In queste settimane ho  avuto il privilegio di ascoltare in anteprima  “To The Bone”, il nuovo Album di Steven Wilson, e di scriverne recensione  per il Fansite di cui faccio parte; riporto il mio articolo anche sul nostro sito, ringraziando Coma Divine, fansite italiano dedicato alla band inglese dei Porcupine Tree, per la concessione.

Stay Rock!

 

“To The Bone”   by STEVEN WILSON

L’ annuncio era chiaro: “non vi aspettate la solita roba”.  E se si pensa che già lasciando la K-Skope e firmando con la Caroline, etichetta del colosso Universal, Steven Wilson aveva messo in allarme l’intera schiera dei suoi seguaci, che sentivano da più parti odore minaccioso di mainstream, si comprende facilmente il maremoto generale che ha investito in queste settimane il mondo del progressive rock; sì, perché con “To The Bone” siamo passati dichiaratamente al progressive POP.…“Pop”…Che Dio ci salvi. Lo abbiamo pensato tutti.

 

Diffidenza e curiosità si mescolano all’attesa, dunque, in un ambiente come quello prog che è da sempre tra i più ostici e conservatori della scena musicale; e Steven Wilson lo sapeva bene quando aveva dichiarato l’intenzione di dar vita ad un album completamente nuovo, traendo ispirazione da alcuni dei suoi ascolti privilegiati, come Prince, gli E.L.O, Bowie, Peter Gabriel, i Tears for Fears, i Talk Talk. Ma il termine pop ha fatto comunque saltare dalla sedia qualunque nostalgico abbia seguito la strada da lui creata con i Porcupine Tree, nonché chi a lui si sia avvicinato grazie alle atmosfere avvolgenti e psichedeliche dei lavori successivi.

 

Una sfida, ma più con se stesso che col suo pubblico, quella che una delle figure più di spicco del prog moderno ha voluto abbracciare decidendo di creare un album completamente diverso dai precedenti e che fosse addirittura in grado di fare dello sconcerto generale il suo punto di forza, la sua capacità di affermazione, seguendo sempre e comunque il proprio personale dettame, più volte dichiarato, di voler fare solo ciò che gli piace, semplicemente sperando che possa piacere.

 

Queste le premesse di “To The Bone”“, il quinto album solista dell’artista britannico, che verrà pubblicato il 18 Agosto e che è stato preceduto dall’ uscita di quattro brani in esso contenuti, con una certa distanza di tempo l’uno dell’altro, forse per dare il tempo di essere metabolizzati a dovere. E, ammettiamolo, non è stato facile: i duetti, i cori, l’orecchiabilità delle melodie, persino la fotografia dei video incentrata su di lui a mezzo busto ci hanno confuso le idee…; con “Permanating”, poi, ci siamo preoccupati sul serio, una vera aggressione alle nostre orecchie, abituate a tutt’ altro. Ma è pur sempre Steven Wilson signori, e lui non ama lasciarci crogiolare nella nostra diffidenza: infatti, il resto dell’album sopraggiunge come un arcobaleno dopo la tempesta, lasciando da subito intendere che la cosa non sta esattamente come avevamo temuto, ma nemmeno evidentemente come speravamo che fosse.

 

L’ascolto dei brani diventa indispensabile più e più volte finché  tutto prende rapidamente forma e l’obiettivo dell’ artista si è rivela  ben più ambizioso e arduo di un semplice tributo al pop inglese di quegli anni: ad uno sguardo più attento, egli ha voluto  inserire la sua caratteristica impronta, il suo segno di riconoscimento, quello che ha fatto di lui negli anni un genio indiscusso della scena musicale contemporanea, all’interno della riscoperta di un genere scomparso, appunto il pop, inteso come genere fruibile, riconoscibile, abbordabile, a tutto tondo. Un genere che gli permette, in più, di uscire dai suoi soliti panni dati ormai per scontati e cimentarsi in altre vesti, secondo il gusto per la sperimentazione che lo contraddistingue.

 

Il risultato di questa ricerca è stato un album fortemente eclittico, sia dal punto di vista dello stile che dei temi affrontati, che spaziano dal concetto di verità, al terrorismo, alle riflessioni esistenziali.

 

La prima traccia, “To The Bone”, ci introduce a questa nuova avventura di Wilson, accennando al tentativo di integrare soluzioni prog a melodie e strutture tipicamente pop: ritmica basso/ batteria incessante e ondeggiante, intervallata da riff di chitarre e doppie voci tipicamente ‘80. Pezzo aperto e arieggiato, canticchiabile, che scivola via senza grossi intoppi, fino all’ assolo tipicamente Wilsoniano e al cantato finale cadenzato e segnato dal tempo che rimanda immediatamente alle atmosfere oniriche e alienanti a cui l’artista ci aveva abituati soprattutto in “Hand.Cannot.Erase.”, il suo precedente album.

 

Andando avanti, incontriamo “Nowhere now”, brano che si lascia bere tutto di un sorso: la voce di Wilson fa da intro e poi da accompagnamento ad un’aria strumentale aperta ma malinconica, una sorta di nostalgica riflessione dolce e amara nello stesso tempo. Il pezzo si snocciola senza troppi scossoni, mantenendo una sua linea gradevole e leggera fino alla parte finale, in cui la batteria si libera per esprimere un maggiore dinamismo ed articolazione del ritmo che imprime una maggiore incisività al messaggio musicale. Il pezzo chiude col piano e la voce di Wilson, che ancora una volta rimanda ad altri lidi del pensiero. Difficile togliersi dalla testa la melodia di questo pezzo.

 

“Pariah” è il primo brano che Wilson ha voluto rendere pubblico, con evidenti rimandi a Peter Gabriel e Kate Bush. Il duo Steven Wilson/Ninet Tayeb si esprime in uno scambio di voci pulito e ricco di pathos, finché la voce femminile, in un crescendo improvviso ed emozionante, ci conduce all’ esplosiva apertura strumentale che segna una divisione equa delle due parti dominanti, quella vocale e quella in cui la parola viene lasciata alla pura suggestione sonora, proprio come in tante parti di “Insurgentes”.

 

Procedendo, incontriamo “The Same Asylum As Before”: qui Wilson si cimenta in un falsetto che imprime immediatamente una coloritura English pop al pezzo, il quale apre in una dimensione positiva e leggera, lasciando spazio ai riff decisi di chitarra e agli archi che regalano una maggiore orecchiabilità al tutto e danno vita ad una sorta di culla sonora in cui ci si può abbandonare, spensierati. Decisamente un pezzo “tormentone”, come anche altri all’interno dell’album.

 

Con “Refuge” si cambia decisamente registro: il brano rappresenta senza dubbio il volo onirico dell’album, introdotto dal piano e dalla voce controllata di Steven che, con un progressivo crescendo strumentale poggiato su un drumming cadenzato, conduce quasi epicamente all’incessante assolo di chitarra di Paul Stacey, assolo che prepotente avanza in ogni direzione, facendosi largo in una ritmica pesante e avvolgente in cui le emozioni e i pensieri sembrano espandersi per poi evaporare…Senza dubbio il pezzo più suggestivo dell’album, con una coda finale che si assottiglia snocciolandosi tra piano, armonica ed effetti nostalgici.

 

La sesta traccia dell’album è l’incriminata “Permanating”: dentro ci abbiamo sentito di tutto, dagli Abba agli E.L.O, e chi più ne ha più ne metta, una vera contaminazione dance pop per questo pezzo che arriva infelicemente dopo lo scossone poetico ed emotivo di “Refuge”. Eppure anche questo ha un senso: il brano, dice Wilson, vuole rappresentare i momenti di gioia nei quali amiamo rifugiarci per isolarci dal contesto e dalle preoccupazioni quotidiane, esprime la frivolezza, se vogliamo, di sporadici attimi che ci permettono di essere liberi nella nostra spensieratezza, così come ci suggerisce il video, in cui Wilson ritrova l’allegria nel guardare i ballerini di Bollywood esibirsi in una danza fresca e gioiosa. Dal punto di vista compositivo, “Permanating” resta l’anello debole della catena, ma dal punta di vista della concezione dell’album ha il ruolo di ponte tra riflessioni profonde e complesse.

 

Attraverso “Blank Tapes”, che ci appare come un breve intermezzo in cui è presente nuovamente la voce di Ninet, giungiamo a “People who eat darkness”: brano leggero in cui da subito colpisce l’andamento rotolante e rockeggiante della ritmica sostenuta e crescente, caratterizzata dalla batteria molto aperta e la presenza incisiva del basso che procede all’unisono con la chitarra. Il finale strumentale dell’inciso ricalca molto quello indimenticabile di “Home invasion” presente in “Hand.Cannot.Erase.” L’ascolto del pezzo é facile e piacevole… forse anche troppo.

 

Ed eccoci a “Song Of I”, terzo brano offerto al pubblico e che vede la partecipazione di Sophie Hunger: con un ritmo sensuale e cadenzato, accompagnato da un video ipnotico, ci sembra quasi di ascoltare Prince che fa dark-elettronico. Tuttavia anche qui, nell’ alternanza tra tensione e apertura, nonché nella scelta degli elementi scenografici del video, è evidente il richiamo alle atmosfere inquiete di brani come “Harmony Korine”.

 

Finalmente con “Detonation” avviene l’esplosione dell’ecletticità wilsoniana: la forte impronta prog funky-jazz si manifesta prepotente, snodandosi in un crescendo strumentale che culmina nell’assolo magistrale di David Kollar. La capacità di Mr Wilson di mantenere viva l’attenzione e la tensione fino agli ultimi secondi del pezzo raggiunge qui la sua piena realizzazione. Il pubblico dell’artista inglese può finalmente rilassarsi tra le sonorità avvolgenti e le dinamiche serrate di questo pezzo in cui il climax dell’intero album raggiunge il suo culmine.

 

Ma non è finita: “Song Of Unborn” ci riporta, proprio sul finale, alle atmosfere alienanti di tanti Porcupine Tree, nonché alla epicità sottesa di “H.C.E”. Un’aria malinconica ma positiva si diffonde su tutto il pezzo, Wilson controlla la voce che guida l’intero brano, lasciandoci il tempo di trattenere quanto ascoltato in precedenza…E’ la chiusura logica di un album controverso, una quiete dopo la tempesta, un rasserenare gli animi dopo tanto stupore; è il corvo finale di “The Raven That Refused To Sing”, è l’Happy Return di “Hand.Cannot.Erase”. E’ la nostalgia del tempo passato, ma anche l’aspettativa di ciò che verrà.

 

Può bastare ciò che avete vissuto? Vi soddisfa ciò che avete ascoltato?

Me lo auguro, perché questo sono io. Io visto da me. Fino all’osso. Io, Steven Wilson.

Non un passo indietro quindi, bensì un passo in avanti, un superare la sua arte, quasi un desiderare di trascenderla, per accordare, in un’unica intenzione, ciò che egli è sempre stato a ciò che sono gli altri diversi da sé e dal tipo di musica di cui è da sempre creatore e protagonista.

 

Sfidiamo qualunque amante della musica di Steven Wilson a non affezionarsi anche a “To The Bone”, che segna un altra pietra miliare all’interno del percorso stilistico e musicale dell’artista inglese.

 

  REVIEW  

The announcement was clear: “don’t expect the same old stuff”.  And, bearing in mind that, leaving the K-Scope and signing with Caroline (The Universal giant), Steven Wilson had already alarmed his beloved fans afraid of a mainstream direction, we can clearly understand the tsunami which hit the progressive rock world; yeah, with “To The Bone” we are clearly turned into Progressive POP…”Pop” for God’s sake. We’ve all thought so…Mistrust and curiosity blend together with expectations in a prog world which has always been one of the most difficult in the music scene, drawing inspiration from his idols such as Prince, The E.L.O, Bowie, Peter Gabriel, Tears for Fears, Talk Talk. But the word “Pop” blew the nostalgic fans minds out. Fans who were born with the Porcupine Tree and thanks to his psychedelic works.

It is a challenge, more with himself than with his audience, for one of the most representative artist of the modern Prog. He decided to create a total brand new album, completely different from the other,  taking an advantage from the general shock in which he left his public .This work underlines his capacity of doing what he wants and what he likes hoping it would be well accepted.

These are the preconditions of “To The Bone”, his 5th album which will be released on the 18th of August this year. Four songs have already been broadcasted with the intention to get used to that sound. And, we all know, it hasn’t been so easy: the duets, the chorus and his waist up videos confused our minds ; with  “Permanating” we really got worried! An assault to our ears. But he is always Steven Wilson, ladies and gentlemen, and he doesn’t like our mistrust: In fact the rest of the album breaks out like a rainbow after the storm making us understand that we shouldn’t judge a book by its cover. Even if it is far from our memories of him.

You have to listen to the songs more and more to get into his new world, to shape his new ideas and then you can understand that maybe we are not listening to an english pop tribute,  his intention was giving his trademark to a genre which was disappearing from the music scene, the real Pop which, in its real meaning, was something in which everyone could rely on. This new genre challenge himself with an experimentation.

The result has been a multifaceted album from the point of views both of style and topics faced, from the concept of truth, to the terrorism and existential questions.

The first track , “To The Bone”, introduces ourselves to this new Wilson’s adventure, a mixture of Prog and Pop styles: bas rythm/ rolling  drums and ’80 guitar sound. An easy track to set in mind, which swallows to a Wilsonian  solo guitar made of dreamlike atmospheres we knew with his former album “Hand. Cannot.Erase”

Going on there’s “Nowhere now”, which you can listen in one shot: Wilson’s voice is an intro to  an instrumental melancholic, a bittersweet nostalgia moment . This track  goes on without any particular interruption, with an easy going way towards the end where the drums frees itself to express movement to underline the musical message. Its closure is made of Wilson’s piano and voice. Hard to forget…

“Pariah”is the first track we listened. It winks to Peter Gabriel and Kate Bush. The duet between Steven Wilson and Ninet Tayeb is clear and clean, full of pathos until it breaks with the female voice which divides the two main parts, the instrumental one and the vocal one as “Insurgentes”.

“The Same Asylum As Before”: The Wilson’s falsetto gives an English pop  mark, very light and positive, givin’ chance to the guitar and strings section to sway our thoughts. It’s definitely a massive hit.

“Refuge” is a total different style; it is absolutely the dreamlike digression of this album, starting with the piano and with Wilson’s controlled voice and it takes us to a drumming crescendo towards the epic harmonica of Mark Feltham and the solo guitar of Paul Stacey, enchanting, and our thoughts seem to blend in the air.. it is the most emotional track of the album without any doubt, with a nostalgic and armonic fading-out effect with the piano.

The sixth track is the accused “Permanating”:we can listent to Abba, E.L.O and so on in it, a real fusion of dance pop which sadly follows the poetic “Refuge”  but yes, it makes sense: Wilson tells us that it represents our refuge to escape from reality and it wants to express moments in which we desire to be free. As the video suggest. We watch Bollywood dancers in a fresh dance.

“Permanating” is still the weak link from the musical point of view but it’s deeply profund for the reflections that it gives us.

Through “Blank Tapes”, with the Ninet voice, we arrive at “People who eat darkness”:a light rock and roll track with a growing rythm marked by the open wide drums and the bass and guitar blending together. The instrumental final calls back to “Home invasion” in “Hand.Cannot.Erase.” The listening  is really enjoyable…..maybe too much.

Here is  “Song Of I”, the third track we listened at the beginning with the contribution of Sophie Hunger: with a sensual and lilting rythm and an hypnotic video, we feel we are listening to some Prince dark electric stuff however, for the turnover between closing and open sound, we can find  clearly an echo to  the dark atmosphere of “Harmony Korine”.

“…Finally with “Detonation” the explosion of Wilson’s eclecticity occurs: the strong imprint of funky-jazz prog shows itself in an instrumental crescendo that culminates in David Kollar’s masterpiece. Mr. Wilson’s ability to keep alive the attention and tension until the last seconds of the piece reaches his full accomplishment here…His fans could relief themeselves among these overwelming sounds which climax reaches the peak of the entire album.

But it isn’t the end: “Song Of Unborn” takes us, on the final act, to the Porcupine Tree alienate atmospheres, with an eye on “H.C.E”. A melancholic tone spreads all over the track allowing us to taste what we heard before.

It’s a logical conclusion, the calm between the storm, a relaxing moment after so many astonishing emotions; it’s the final crow  of  “The Raven That Refused To Sing”, it’s the Happy Return of “Hand.Cannot.Erase”. It’s the nostalgia for the time passed but also the excitment for what is going to come.

What you lived is enough? Are you satisfied with the listening? I hope so, because   that’s me. To the bone. Me looking at myself. Me, Steven Wilson.

No backwards steps but a forward one. A desire to overcome art, a will to go beyond it to match what he has always been to the others different from his creation of music  and intentions.

We challenge who loves Steven Wilson to not love To The Bone which is going to be a milestone among his musical path

(Translation by Simona Faiella e Cristina Negri)

 

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