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Downsizing – Recensione in anteprima

Recensione del nuovo film di Alexander Payne, con protagonista assoluto Matt Damon, presentato oggi in anteprima mondiale al festival di Venezia.

Paul Safranek (interpretato da Matt Damon) è un fisioterapista che vive insieme a sua moglie Audrey (interpretata da Kristen Wiig) nella città di Omaha. La vita che conduce il nostro protagonista è modesta e senza sussulti; la classica vita stereotipata di un qualsiasi americano medio. Per scappare dalla sua solita routine decide di sottoporsi ad un esperimento scientifico: la miniaturizzazione; questa gli permetterebbe di vivere una vita senza ombra di dubbio più agiata, spensierata e libera da ogni freno inibitorio. Al protagonista questa mutazione genetica tanto voluta, (scoperta da un team di studiosi norvegesi, capitanati da un eccentrico premio Nobel) , gli comporterà il completo abbandono dallo stile di vita che conduceva, costringendolo a lasciare ai loro destini amici e parenti. Arrivato nel mondo popolato interamente da persone minuscole, Paul Sfranek capirà l’importanza delle piccole cose e scoprirà un’innata voglia di vivere, la stessa voglia che era stata per troppi anni intrappolata nel suo corpo, senza mai riuscire a trovare sfogo completamente.

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Matt Damon e Kristen Wiig in una scena di Downsizing

 Alexander Payne, attraverso le gesta di Paul Sfranek (Matt Damon) e degli altri personaggi, imbastisce una forte critica sociale e politica, dichiarandosi più volte favorevole alla salvaguardia del mondo ed alla prevenzione della natura. L’incredibile cinismo che si percepisce nella prima parte del film, mano a mano che i minuti scorrono inesorabilmente va sempre più scemando, fino ad assestarsi su un binario altamente prevedibile. Downsizing pecca nel suo voler essere spietato e fin troppo ricercato, risultando qualunquista e macchietta di se stesso. Nascondendosi sotto una patina ambientalista, il film si dichiara apertamente favorevole ad una società meschina che cerca di aiutare il prossimo soltanto per il proprio tornaconto personale, dimostrando quanto non ci sia alcuna differenza fra il finito benefattore e quello vero: entrambi, infatti,  sono la faccia della stessa medaglia. Payne questa volta non è riuscito a raccontare di se stesso e di ciò che lo circonda, ma ha descritto un microcosmo fuori dalle sue corde e dal suo stile visivo e narrativo. Gli attori ce la mettono tutta per salvare la baracca, ma in mancanza di una sceneggiatura perlomeno accettabile, diviene impossibile aggiustare il tiro ed evitare il totale disastro.
In Downsizing mancano molti punti di raccordo fra le varie parti che lo compongono, e non c’è alcun legame che le tenga unite, ma l’insieme appare molto spesso sconnesso e privo di un’identità propria. Questo film vorrebbe descrivere la società alienante di un’America in continuo sviluppo economico e demografico, ma nel farlo perde di credibilità risultando una commedia semi-parodistica senza grandi guizzi di comicità. Infatti, esso non decolla mai sotto il lato comico, anzi si ride fin troppo poco, e quando riesce in questa impresa è merito solo della bravura degli attori; i loro sguardi preformanti ed accattivanti sono esilaranti.

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Christoph Waltz e Hong Chau in una scena di Downsizing

Altro grande difetto da ricercare nel film è strettamente legato alla sua durata; se avessero tolto in fase di montaggio una buona quarantina di minuti il risultato finale sarebbe stato (quasi sicuramente) molto più soddisfacente. Downsizing è oltremodo una parabola ascendente per Payne, dove il pietismo ed il pensiero bigotto la fanno da padrone; alla fine della fiera si fa talmente tanta fatica a capire quale fosse l’intento del regista. Nonostante tutto però bisogna ammettere che quattro o cinque momenti ben realizzati ci sono, ma neanche loro riescono in nessun modo ad alleggerire un contesto monotono e spasmodicamente noioso.
Partendo da uno spunto narrativo, per certi versi innovativo, ci si aspettava un seguito, poi, allo stesso modo convincente; invece le buone premesse vengono accantonate per preferire una frivola e scontata critica alle istituzioni, senza recare un reale e percettibile fastidio o senso di ribrezzo per ciò che si sta vedendo.
Come film d’apertura per questa nuova edizione del festival di Venezia ci saremmo aspettati tutti molto di più; infatti, alla fine della proiezione ci sono stati degli opachi applausi, come a simboleggiare lo sconforto generale per quanto visto.
Nel cast oltre a Matt Damon troviamo Kristen Wiig, Christoph Waltz , Alec Baldwin, Neil Patrick Harris, Jason Sudeikis, Laura Dern, Udo Kier e Bruce Willis.

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