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Death Note: rielaborazione ben americanizzata ma poco coerente con il manga

Quando Netflix annunciò un live action ispirato al celebre manga/anime giapponese Death Note, la maggior parte del pubblico e della critica iniziò a screditare il film prima ancora di averlo visto.  La scelta di un attore di colore per interpretare Elle, l’idea di americanizzare un prodotto giapponese, la scelta del cast e tante altre sfumature hanno irritato non poco lo spettatore pagante, un po’ come già accaduto per il recente Ghost In The Shell.

Come ben saprete però, la verità sta nel mezzo.

Il regista Adam Wingard ha costruito un adattamento di Death Note molto popular e adatto a tutte le fasce d’interesse. Il film può essere tranquillamente guardato sia da chi non ha mai letto/visto nulla a riguardo che dai fan di sempre.

Il problema principale del film è Nat Wolff – attore molto in voga nei teen movie degli ultimi anni – ma poco consono al ruolo di Light. Principalmente manca il carisma, il fascino e l’espressività attribuita al personaggio. Questo non vuol dire che Wolff non sia un bravo attore, vuol dire che è stato selezionato per il film sbagliato. Storia totalmente differente per Keith Stanfield nel ruolo di L. Può non piacere la scelta di un attore di colore per il ruolo ma Stanfield rappresenta al meglio la coerenza e la dignità del personaggio portando a casa un’ottima interpretazione. Le motivazioni che spingono Light ad utilizzare il quaderno sono molto differenti dalla controparte cartacea. Ryuk (doppiato superlativamente da Willem Dafoe) è un personaggio molto confusionario. Le vicende del film scorrono troppo velocemente e molti passaggi importanti – tra cui il libero arbitrio di Light di gestire il quaderno – va un po’ in malora. La CGI di Ryuk è davvero pessima, una delle più brutte mai viste e sembra quasi che Netflix abbia prodotto un Ryuk troppo pupazzo quasi per non scandalizzare le orde di ragazzini che a breve vedranno il film.

Un altro problema piuttosto grave è che – come accaduto in The Amazing Spider-Man – Light rivela la sua identità ad una persona per lui importante alla velocità della luce. Nulla togliere alla lunghezza del manga e alle sue ritmiche, ma far capire dopo i primi 30 minuti di film ad una persona che sei Kira non giova di certo alla resa del prodotto. La storia d’amore tra Light e Mia è davvero la cosa imbarazzante del film, soprattutto perché si perde il filo trainante dell’opera. Light e Mia sembrano una sorta di Joker & Harley Quinn dei poveri, quasi ammazzano più per il gusto di farlo che per un senso di megalomania, giustizia e complesso del Dio.

Tra una partita alla Play e l’altra uccidiamo qualcuno? 

Tralasciando quindi i problemi menzionati precedentemente, il microcosmo a sé di Death Note è interessante, sopratutto lo sviluppo che prende l’opera dai guai creati da Light e Mia. Ryuk si diverte a veder crollare l’impero creato dai due innamorati e al contempo, incasina ulteriormente la vita di L. Le morti dei personaggi sono ben realizzate e ricordano molto le uccisioni a schiaffo di Final Destination.

Vale la pena guardare Death Note?

La risposta è sì. Seguendo le vicende del live action tutto ciò che accade ha un senso specifico, specialmente verso la fine. Questo film non è Dragonball Evolution e può essere visto per quello che è: una rielaborazione della cultura giapponese in quella americana. Sia con i suoi pregi che per i difetti. Il film è godibile, intrattiene e diverte lo spettatore ma deve essere visto come una prova riuscita di americanizzare un prodotto ma non una prova riuscita su cosa è Death Note. Probabilmente ciò che manca è proprio lo spirito di Light e di Ryuk e che tutti avrebbero voluto sicuramente vedere lungo lo scorrere del film.

Voto 7.5

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