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BayFest 2017: intervista ad Olly, lead singer degli Shandon

Gli Shandon sono una tra le band più importanti della musica indie/alternative rock italiano ed europeo. Il gruppo nasce nel 1994 dal genio creativo di Olly Riva, divenuto successivamente il creatore di altri side project tra cui The Fire, Soulrockets e i recentissimi The Magnetics. La band si è sempre contraddistinta perché lo Ska-Core non era l’arrivo, bensì la partenza per sperimentare e provare più generi possibili.

Tra gli album più apprezzati del gruppo spiccano Not so happy to be sad, Fetish e il penultimo Sixtynine. 69 è stato – a detta di Olly – il disco più intimo e sentito dall’artista. Un disco pieno di ricordi, malinconia e addii. Un addio doppio visto che Sixtynine decretò anche la fine degli Shandon.

Nel 2016 e dopo 12 anni di inattività, a grande richiesta gli Shandon si sono riuniti per un nuovo album, Back on Board. Il disco presente delle sonorità più allegre e spensierate, molto differenti da quelle del precedente album. Quando si invecchia molte cose nella propria vita cambiano, sia nella vita di un artista che di qualunque uomo comune.

Gli Shandon si sono esibiti oggi, 14 luglio 2017, live @BayFest 2017.

Prima che il concerto iniziasse, noi di The Brain of Pop Culture abbiamo avuto il piacere di intervistare Olly Riva.

Tra ieri ed oggi ho visto più di 100 ragazzi con la t-shirt degli Shandon. Come ci si sente ad essere una realtà così importante per la musica ska e indie in Italia?

Olly Riva: Ci si sente come i Nomadi. I giovani sulla musica ai tempi d’oggi hanno il grilletto troppo facile, del tipo “questo non mi piace, quest’altro non mi piace”, un po’ come gli spot di Spotify. Un ascolto troppo istintivo e poco elaborato. Magari ascoltando il disco intero della band e non superficialmente, i ragazzi potrebbero scoprire progetti davvero interessanti. Prima c’era ancora quell’amore viscerale per le band, che una volta ascoltati diventavano i tuoi preferiti e avevi il piacere di riascoltarli all’infinito e di vederli live. Ancora oggi per me, quando vedo i Bad Religion, è come la prima volta.  Li avrò visti 1000 volte e altrettante volte ho avuto il piacere di aprire i loro concerti e ancora oggi, quando li incontro, torno ragazzino. Li vedo un po’ come gli zii più grandi che mi hanno insegnato ad amare la musica e farmi diventare il musicista che sono oggi.

Cosa è cambiato musicalmente negli Shandon da 69 ad oggi?

In realtà non è cambiato nulla. Non compongo o scrivo testi in modo forzato, sono una persona che quando è arrabbiata esprime quel sentimento, quando è allegra altrettanto. Per cui, sicuramente sono cambiato io e i testi che scrivevo a 17 anni adesso sembrano un altro universo per me. Ma l’attitudine e l’amore per la musica non cambierà mai. Se i tuoi dischi cambiano è perché ti cambiano. Se vuoi avere i Ramones a vita, beh quella è finzione. Ognuno ha una sua attitudine. Ad esempio, i Punkreas – di cui sono fan – hanno un certo tipo di sound che li contraddistingue nel panorama del punk italiano. Loro hanno una determinata idea di musica e la portano avanti, io ne ho un’altra e adoro portare avanti la mia. Non faccio dischi in base a ciò che vogliono i fan ma in base a ciò che sento io. Sixtynine era triste, aveva quella roba lì. Invece quando ho rivisto Max a Bergamo – abbiamo mangiato insieme una polenta – abbiamo deciso di inserire sonorità reggae e solari perché volevamo qualcosa di più leggero. Ma non è stata una scelta dettata dall’idea di volerci commercializzare o fare pop. Mio padre aveva avuto un infarto da poco e invece di prenderla a male, ho deciso di esorcizzare diversamente la cosa.

E se gli Shandon volessero fare un disco pop, quale sarebbe il problema nel 2017 di sfornare un album del genere?

Quali canzoni preferisci suonare maggiormente live e a quali sei più legato? 

Sicuramente Noir. Come si dice a Napoli sono piezz e’ core. Non è che una mi sta sul cazzo e l’altra mi piace, sono tutte cugine e sorelle tra loro. Adesso però ho 43 anni e magari mi vergogno di suonarne alcune, anche per un po’ di cattivo inglese che avevo testi. Poi quando hai una band e finisce male, succedono diverse cose un po’ brutte. La prima è certamente che vedi quegli amici di un tempo e membri come un ex ragazza, di certo una volta lasciati non la vuoi più rivederla. Magari però vi siete lasciati per divergenze e alla fine, tornate insieme, può accadere. Ed è un po’ quello che è successo a me con gli Shandon. Ad un certo punto sentivo che non era più il percorso giusto dal punto di vista artistico/musicale. Non c’era più la voglia, volevo solo che finisse. Poi rivedendo Max tutto è nettamente cambiato in meglio. Ho imparato non solo a rivoler bene le canzoni ma anche ad amare di nuovo gli Shandon, adesso c’è serenità e tanta voglia di fare. Una nuova storia. 

Quali tappe avete apprezzato di più del vostro tour? 

In Olanda l’estate scorsa. Mi ha fatto ricordare i vecchi tour all’estero e mi ha fatto ricordare la voglia di suonare all’estero. Ovviamente le mie date preferite sono quelle italiane, in Olanda c’erano 6000 persone e anche in Svizzera abbiamo un discreto successo. Il problema è che in Italia band come la nostra vengono ignorate, come succede anche ad altri complessi italiani. Odio che sia così. In America ad esempio adorano le band italiane, in Italia le band americane. Non abbiamo mai avuto il giusto riconoscimento. Vieni preso sul serio fuori Italia e la gente ti guarda con occhi diversi. Ad esempio, i Raw Power vantano aperture incredibili e sono italiani, esattamente di Poviglio. Sono stati aperti negli anni ’80 addirittura dai Guns N’ Roses. E i Raw – per quanto stimati da band americane ed estere – qui non sono stati presi seriamente come meriterebbero.  Per dirti io adoro gli Skatalites. Il bassista attualmente ha 70 anni e una storia musicale incredibile alle spalle. Quando mi ha visto ad un live mi ha chiesto l’autografo e il disco musicale. Sono rimasto estasiato e sorpreso. Una grande emozione. 

Con gli Shandon stai lavorando a musica nuova o magari ad un nuovo album?

Olly Riva: Certo. Attualmente però sono fermo a due pezzi, ho la nascita di mio figlio imminente e non ho il tempo materiale di lavorare al disco. In più siamo in tour, per cui non saprei come fare materialmente a lavorarci su. C’è tempo e devo sentire dentro di me la voglia di lavorarci e credimi, la voglia c’è. Ma tutto a suo tempo.

Articolo a cura di Antonio Preziosi

Foto di Jacopo De Benedictis 

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