Il 5 aprile si è svolta a Roma la presentazione della seconda raccolta di poesie di Stefano Labbia, intitolata “I giardini incantati“; all’incontro è intervenuta la poetessa Silvia Carone Fabiani, la quale ha intrattenuto un dialogo aperto e interessante con l’autore.
In questo momento di riflessione sulla genesi e la natura dell’opera di Labbia, è stato più volte toccato il rapporto tra arte e modernità, tra lettura classicamente intesa e internet: in che modo l’avvento della tecnologia condiziona la creazione e la fruizione della poesia? L’autore romano ha sostenuto egli stesso di desiderare, in questi tempi frenetici, maggiore tempo per la lettura, ma ha anche ha avuto modo di constatare come su certi canali, per esempio Twitter, ci sia in realtà una buona e inaspettata presenza di poesia; le “contaminazioni” tecnologiche, pertanto, possono essere viste non solo come pericolo, ma anche come possibilità, come una diversa forma di fruibilità dell’arte poetica, a patto che venga vissuta con una sincera curiosità intellettuale.
Ma come mai questo titolo, “I giardini incantati”?

Labbia a tal proposito ha precisato che le sue poesie vogliono essere un luogo, un posto in cui ognuno può recarsi, uno spazio in cui ritrovare le sensazioni della propria vita; un luogo che incanta, che cristallizza il tempo, permettendo alle proprie emozioni di venire a galla.
La poesia rappresenta, per l’autore, uno strumento per dar voce a ciò che gli sarebbe impossibile comunicare in altro modo, e attraverso di essa egli vuole esprimere soprattutto la verità; ha sostenuto, inoltre, che nella sua attività letteraria convogliano anche le influenze di Charles Bukowski, Alda Merini e il contemporaneo Dante Maffia, uno dei suoi maggiori poeti ispiratori.
Ci siamo intrattenuti, poi, nella lettura di “A Rina”, poesia dedicata alla nonna che non ha mai conosciuto, ma della quale ha dipinto, tra informazioni reali e immaginazione, una sua idea precisa, tanto da dedicarle versi forti e sentiti, intrisi di affetto e biografia.
Chiude l’intervento Silvia Carone Fabiani  precisando, a proposito della validità dell’ars poetica, che “è sempre meglio essere un poeta sognatore, che un signore tra gli inutili”.


Con queste premesse teoriche ci avviciniamo, dunque, alla lettura della seconda silloge poetica di Stefano Labbia, che si apre proprio con la lirica che dà il nome all’intera raccolta, ossia “I giardini incantati”: già in questi primi versi, ci accorgiamo di come il richiamo alle immagini di certa lirica classicheggiante si sposi con la scelta di un linguaggio vivo ed emotivamente intenso, dando vita ad un‘ unione affascinante e moderna. I temi del tempo e della solitudine vengono introdotti già in questi primi versi, avvolti e svolti da un mantello di inquietudine; la scelta del lessico (“maceri…/logori…/avido…/arido…/sete…“) dà forza a una passione che entra in profondità e sviscera l’animo: “Persi la via, morendo di sete“.
La passione sopraggiunge dominante nelle liriche successive, come “Angela” e “Amor rubato“: passione vissuta nel presente, passione sotto forma di ricordo del passato, passione che avvolge, vivifica, disgrega… passione regina, ma non del tempo. L’atmosfera intensa di questi versi ci avvolge sempre con una vena malinconica, quasi di rassegnazione, regalandoci forza e, insieme, abbandono. E’ il trionfo delle emozioni che lascia spazio solo al pensiero dubbioso di un vago rimpianto, come in “Addio” (“tu hai più volto/lo sguardo al tuo passato?”), o al desiderio-vano-di giustizia, come in “Mai” (“…che mai accadrà,/che mai avverrà.”)
Un nudo realismo è quello che respiriamo in poesie come “La virtù del comando“, o “Fallimento“, dove la percezione dell’ovvietà di atteggiamenti e situazioni avvolge il protagonista, schiacciandolo sotto un greve senso di inutilità, lasciandogli, sola, la speranza di una illuminazione che lo ridesti. Anche in questi casi siamo colpiti dalle scelte stilistiche dell’autore romano, che intreccia abilmente parole secche e dure tratte dal linguaggio contemporaneo, con una liricità di altri tempi.
Inquietudine, ripensamenti, mancanze, senso di oppressione sono motivi ricorrenti nella poesia del Labbia; andando avanti nella lettura di liriche quali “Mancanze“, o “Flavia“, o “Dove sei, padre?”, la scelta del lessico richiama il turbamento interiore, lo scavo introspettivo che raggiunge profondità in cui lo sguardo sembra perdersi (“Sei lontana…/Sparisci nella selva/che più oscura non è./” – “Appari marcia,/ cattiva,/ nera…” – “Che follia questa vita di bugie…”).
A metà della sua raccolta, Labbia inserisce un richiamo al titolo con la poesia “Nei giardini incantati”, in cui afferma di aver ritrovato la via perduta, ma “…sol per perderla di nuovo”. E il cammino continua.
Una visione critica, polemica del sentire ed agire collettivo si riflettono nei versi liberi di poesie successive come “Perché non parli”, “Scripta falso” e “Voltagabbana“: in esse il conformismo mentale viene vissuto con un misto di rabbia e rassegnazione, e la coerenza e la verità diventano una prerogativa di pochi (“Diversità“).
Un pensiero sul domani, o meglio su quanto il presente sia creatore del domani, si affaccia nella seconda parte dei “Giardini incantati”, dove l’autore sembra collocare una nota di speranza contro l’inelluttabilità del destino: l’operare di oggi segna il futuro, e l’operare implica una partecipazione attiva. L’invito alla riflessione sul nostro agire apre la porta alla speranza di un cambiamento sociale e culturale.
Ma subito dopo, ecco riaffiorare la dimensione del passato: aspettare il domani senza rivolgere lo sguardo a ieri sembra un passaggio impossibile per il nostro autore. Così, ripensamenti e rimpianti restano sempre sull’uscio (“Smarrimento“, “Ieri“).
E c’è spazio anche per un linguaggio più rabbioso, aspro, sentenzioso, indignato e diretto, nei versi che caratterizzano “La falsa del gruppo” o “Senza speranza” “Sfruttamento”: analisi senza filtri, ancora una volta di un realismo cocente, dei limiti altrui che recano danno.
“Ordunque io cosa sono, Padre?“; “Il difficile è riuscire a vedere grigio“; “Merito un’altra strada?”: l’introspezione delle ultime poesie di Labbia genera fragili domande esistenziali e , matrice di un’inquietudine costante, induce l’animo a navigare alla ricerca di risposte, fluttuando incessantemente tra movimenti incerti.
La silloge termina con “I giardini perduti”: come a chiudere un cerchio, ma senza chiuderlo per davvero, l’autore ritrova parte del senno che aveva perso. Ma non può sfuggire un’ultima riflessione sul tempo che scorre e su ciò che rimane dopo il suo passaggio, il tutto racchiuso in un ultimo, cocente interrogativo:“Cos’hai , dunque, nell’oggi?“.
Una pinacoteca dai colori vivi e dal forte contrasto di immagini: ecco cosa ci sembra di vedere attraverso le poesie di Stefano Labbia. Dipinti realistici di personaggi veri, crudi, in cui notare anche il pulsare delle vene o le rughe delle donne. Pezzi di vita e di storia, in cui il filosofeggiare sull’uomo, Dio e l’amore stende un manto pesante eppure inconsistente; frammenti in cui riconoscersi attraverso le espressioni interrogative e gli slanci emozionali del protagonista.

Buona lettura.