Queste righe sono dedicate a noi.

A noi che oggi ci siamo svegliati peggio di ieri. Perché ieri non sapevamo, oggi sì.

A noi, né giovani né vecchi, che in un giorno qualunque di maggio siamo stati travolti dalla forza devastante di uno tsunami, per poi esserne sputati fuori ancora più confusi e con gli  occhi irritati; a noi che pensavamo di aver capito tutto, e invece no: Chris Cornell è il nostro vero Superunknown, il nostro più grande mistero. E ci ha fregato tutti. Amorevolmente.

noi, per i quali non è solo la sua voce, i suoi testi, i Soundgarden, Seattle, il grunge, non è solo questo, è anche questo, ma insieme a tanto altro: e quel tanto altro è il nostro sogno degli anni ’90, l’unico che abbiamo visto nascere, crescere… e morire; l’unico che abbiamo dovuto difendere tra i colossi degli anni 70 ancora in vita, le polemiche, le accuse di insignificanza, di poca storia, poco contenuto, poco tutto. Eppure si è rivelato il più coerente. Purtroppo.

“Oh, well, whatever, Nevermind”, cantavano i Nirvana. Ma sì, che importa, nulla ha senso, la vita stessa non ha importanza.

Alzi la mano chi non ha mai pensato che Chris Cornell fosse immortale.

Sarà perché nonostante la cocente delusione dello scioglimento dei Soundgarden lo abbiamo sempre visto impegnato in altri progetti,  dagli Audioslave alla sua carriera solista, dalle sue partecipazioni a colonne sonore, fino alla reunion tanto attesa con Thayil, Shepherd e Cameron e conseguente tour, terminato tragicamente l’altra sera; sarà perché la sua famiglia sembrava la scelta di un porto sicuro, di un equilibrio manifesto; sarà perché aveva superato l’età “critica” da un pezzo; sarà perché i suoi testi depressivi e nichilisti appartenevano ormai a orizzonti lontani; sarà perché non ha mai fatto parlare tanto di sé in termini di dipendenze e manie suicide; sarà perché è sempre stato bello e carismatico; sarà….Beh, non saprei.

Ma la sensazione è che noi tutti ci siamo un pò cullati tra le sue braccia, affidandogli le chiavi del nostro passato, delle nostre radici, della nostra matrice musicale, quasi dando per scontato che non ci avrebbe tradito mai. Che ci avrebbe accompagnato vita natural durante, come fosse un fratello maggiore, simbolo delle nostre follie e delle passioni che ancora ci accompagnano; anche un pò responsabile, se vogliamo, degli alberi che siamo diventati.

Era il trionfo grunge sulla morte, Chris; la possibilità di cambiamento; la trasformazione del suo spirito sotto altre forme; l’opportunità di proseguire un’emozione imperitura che ci rende orgogliosi di averli vissuti, quegli anni, quelle melodie, quella filosofia scura e di nicchia sì,ma con un potere aggregante fortissimo.

No-Lui-No. Mi sono detta ieri.

E invece sì, il nostro Superunknown ci ha mollati, non ha retto il peso di tutti quegli abbracci. Ha fatto quel che ha potuto, ma si è arreso. L’unica cosa che ci sentiamo di dire è questa: ha fatto quel che ha potuto. Dimostrandoci, in una notte, quale potenza devastante abbia la musica, da quando nasce… a quando muore.

Difficilissimo adesso risentire la sua voce, straziante riguardare le sue foto; siamo tutti sotto shock. Un pezzo della nostra anima collettiva è stato strappato via.

“Nothing to say” , recitava un lontanissimo pezzo dei Soundgarden, che con il suo testo scarnificato e le sue melodie cupissime ho sempre voluto interpretare come il loro manifesto grunge degli esordi.

Nothing to say

STAY ROCK, CHRIS