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The Handmaiden (2016) – Recensione Anteprima

Il cinema di Park Chan-wook è un cinema che sa osare, che non si nasconde dietro ad una maschera, cercando sempre la verità dei fatti nei suoi “immensi” lungometraggi. Park Chan-wook ha ben esplicitato, nella masterclass avvenuta a Firenze nemmeno due settimane fa, il suo pensiero: “Ho incominciato a fare film perché ne sentivo il bisogno, quando ero piccolo i miei genitori mi facevano scegliere i film che volevo vedere, specialmente mia madre che è sempre stata una appassionata del magico mondo della settima arte.”

Continuando il regista aggiunge: “Quando poi sono diventato più grande e il mio amore per il cinema via via è aumentato, leggevo a mia madre una rivista coreana sul cinema, dove c’erano scritti tutti i film che avrebbero dato in televisione, era assai divertente e stimolante ascoltare la risposta di mia madre, sui vari film che aveva visto e anche su quelli che non aveva visto, lo trovavo come un gioco simpatico da fare in famiglia.”

Il regista ha pensato di girare i film dopo aver visto Vertigo (La Donna che visse due volte) di Alfred Hitchcock. Il film l’ha così coinvolto personalmente che lo stesso Park Chan-wook ha ammesso, dinanzi ad alcuni dei suoi fan, di averlo visto almeno una decina di volte, tanto da ricordarsi addirittura a memoria ogni battuta del film.

Fondamentalmente il cinema di Park Chan-wook richiama a gran voce quello del maestro della suspense, Alfred Hitchcock, per via di alcuni stilemi registici inconfondibili e per l’innata voglia di sperimentare nuovi progetti.
Infatti paradossalmente entrambi i registi, se pur in ambiti ed in contesti diversi, hanno realizzato dei lungometraggi in alcuni aspetti simili; ora con questo non si può dire che il loro modo di approcciarsi al cinema sia identico, ma certamente si possono accomunare per alcuni dettagli: gli oggetti in scena che la fanno da padrone, all’apparenza di poco conto, porteranno invece uno stravolgimento totale nel finale.

Le due protagoniste in una scena del film.
Le due protagoniste in una scena del film.

E’ estremamente importante soffermarci su alcuni retroscena che hanno portato il regista al successo mondiale; ad esempio, per girare lo spettacolare piano sequenza in “Oldboy” ha impiegato molte ore di montaggio, soprattutto nella scelta delle sequenze che poi avrebbe dovuto filmare. Inizialmente le scene di combattimento dovevano essere girate con il metodo classico, invece in fase di montaggio, ha optato per il piano sequenza.

Se seguiamo il suo percorso cinematografico, dopo “Lady Vendetta”, possiamo ben vedere come la donna da personaggio marginale, sia diventata importantissima non solo ai fini della trama, ma anche per i messaggi sociali e culturali che vuol mandare il regista. Le donne da quel punto in poi hanno preso sempre più spessore, fino a diventare delle vere e proprie leader; ogni scelta che gli uomini intraprendono sarà sempre ostacolata dalla successiva mossa della donna, in quanto secondo il regista più scaltra e furba.

The Handmaiden si potrebbe racchiudere proprio in questa piccola e semplice chiave: la donna essendo più potente, sa come prevedere in anticipo le mosse degli uomini, che sono di natura cattivi, ingenui e selvaggi. In realtà l’ultimo film è impossibile da racchiudere in queste piccole “mura”, ma l’analisi è ben più ampia e variegata, insomma ce n’è per tutti i gusti, sia per gli amanti dei thriller alla Hitchcock, e sia per quelli che cercano i film cosiddetti “contorti”.

“In The Handmaiden è folgorante l’uso della fotografia, accattivante e ben studiata nei minimi dettagli, accompagnata dai movimenti di macchina sublimi.”

Si potrebbe dire che il film non abbia una vera e propria linearità, dati i vari colpi di scena che avverranno per circostanze che è meglio non svelare; (se si svelassero, farebbero lo stesso rumore che fanno i palazzi quando vengono demoliti) per cui non è poi così tanto banale affermare che la linearità del film abbia un doppio fine: uno è sicuramente quello di trasportare lo spettatore nella situazione specifica, l’altro è di rassicurarlo, dicendogli incessantemente che ciò che sta vedendo non è reale, ma che lo potrebbe diventare, se si vede il mondo da altra prospettiva.

Il protagonista maschile in una scena del film.
Il protagonista maschile in una scena del film.

Altro tema assai emblematico della sua filmografia e del film in se, è da ricercare nella sessualità, difatti, più volte nel corso dello svolgimento del lungometraggio ci viene enunciata e mostrata una presenza massiccia di corpi che si contraggono fra di loro, ma hanno anche la capacità di essere auto-respingenti, vengono attratti da un vortice di passione che li blocca, li opprime e li annichilisce; il rimando alla prima parte della filmografia di David Cronenberg è ben calzante, soprattutto per quanto riguarda l’unione dei corpi, la materia che si fonde con la carne.

Come ben sappiamo più volte al cinema è stato messo in scena il concetto di “sosia”, e nel film preso in esame assume una dicotomia oserei dire allarmante, ovvero l’impossibilità di riconoscere la vera personalità (intesa come persona realmente esistita) da quella fittizia; il protagonista maschile rappresenta infatti tutte queste caratteristiche all’ennesima potenza.

Secondo quanto esplicitato poco fa, sembrerebbe che non ci sia una via di fuga da questo enorme intreccio, è qui che sta il bello, i personaggi femminili già sanno chi si nasconde dietro il travestimento del protagonista maschile, ma per un loro piacere personale decidono quasi di distaccarsi dall’elemento primordiale (lo sdoppiamento dell’Io), preferendo un approccio più strategico che impulsivo ed immediato.

Tirando le somme, è quasi inevitabile affidarci alla mano esperta del regista coreano, che di certo sa come attrarre lo spettatore, ammaliandolo con questo film convincente sotto ogni punto di vista; sembra quasi di assistere ad un film “torbido thriller”, a tratti erotico italiano degli anni 70, tipo quelli della bravissima Liliana Cavani.

Park Chan-wook nel dirigere questo film si è anche ispirato ad uno dei massimi autori del neorealismo italiano, ovvero Luchino Visconti, anche se a mio modo di vedere il parallelismo tra i due registi non è di facile comprensione.

Qui potete visionare il trailer del film in lingua originale, dato che non è ancora stata decisa la data di uscita italiana:

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