Natalie (interpretata da Isabelle Huppert, vista di recente nello straordinario “Elle” di Paul Verhoeven.) è una donna matura, forte e sicura di se, insegna filosofia a Parigi, con due figli a carico, un gatto da accudire e un marito non molto presente nella sua vita sentimentale.
Questa sua vita apparentemente idilliaca e soave, crollerà in un vortice tempestoso fra tragiche morti e separazioni inaspettate, purtroppo si ritroverà a tracciare una linea della sua vita passata con quella recente.

La regista Mia Hansen-Love, (moglie dell’eccezionale regista Olivier Assayas, ritornato a far parlare di se per il suo nuovo film “Personal Shopper”, uscito nemmeno una settimana fa nelle sale italiane), l’avevamo lasciata nel lontano ormai 2014 con il suo penultimo lavoro, ovvero “Eden”, un film discontinuo, ma non per questo banale e scontato, dove l’amore per la musica predominava su ogni altra passione.

Le cose che verranno (in originale L’avvenir) segna per la Hansen-Love un punto chiarissimo di svolta dai suoi vecchi schemi narrativi e visivi che l’avevano accompagnata fino ad ora, si potrebbe pensare che questo film sia la sua prima vera prova di maturità, dove si è potuta mettere a nudo, svelando tutte le sue gioie ed insicurezze attraverso il medium, più semplicemente mezzo cinematografico.

Le donne nei suoi precedenti film avevano sempre un ruolo marginale, mentre in quest’ultimo progetto, avvalendosi di un’attrice formidabile come la Huppert, ha potuto portare in primo piano tutta la sua femminilità, che in precedenza aveva nascosto, facendo prevalere la figura maschile.

Isabelle Huppert è catalizzatrice della scena, la vediamo spesso attraverso i primi piani ed essendo la protagonista della storia narrata, è quasi inevitabile la sua immancabile presenza; sarebbe stato molto strano se fosse accaduto il contrario.

Natalie rappresenta per gran parte del film tutte quelle donne che arrivate ad una certa età, si iniziano a preoccupare per il futuro incerto; le mille occasioni che hanno avuto in gioventù, oramai sono diventate solo dei ricordi, addirittura in alcuni casi sbiaditi, ma nonostante ciò l’ultima e l’unica cosa a morire è la speranza di far avere almeno ai/alle figli/figlie una vita migliore, diciamo più soddisfacente.

La vita però come ben sappiamo, quando meno te lo aspetti ti porta dei dolori incontrollabili, tu (inteso come se mi stessi rivolgendo ad ogni singola persona di questo mondo) non puoi farci niente, il destino ha deciso così per te, però allo stesso tempo devi trovare la forza di andare avanti e superare questo lutto.

Altro tema cruciale del film è la libertà, da intendersi come quella voglia innata di spensieratezza e allegria momentanea, che per quei pochi minuti, ti portano a viaggiare in un mondo parallelo, fatto di sogni e di fantasia, ma che malauguratamente non potrà mai diventare parte attiva della tua vita, per via della routine di tutti i giorni, che annichilisce quei pochi attimi di felicità.

Il film però appare stanco, appesantito ed imbastito di alcuni preconcetti alquanto forzati, una prima parte del tutto efficace e ben gestita, non basta di certo a salvare l’economia totale del lungometraggio.
Infatti nella seconda parte, quando si cerca di analizzare i vari drammi della vita di Natalie, il film si spinge oltre, proponendo un ritmo meno incessante ed coinvolgente, andando quasi ad annientare quel che di buono c’era nella prima parte.

Uno dei pochi momenti idilliaci del film.
Uno dei pochi momenti idilliaci del film.

Inspiegabile è il cambio di stile che attua la regista francese nel corso dello svolgimento narrativo, decidendo di abbassare i toni del dramma, a favorire una escalation di scene al limite del ridicolo, che in cuor suo avrebbero dovuto spezzare la drammaticità fra una sequenza e l’altra, rendendolo un film facilone e colmo di pietismi non necessari.

La stessa Isabelle Huppert cambia modi e stili nel caratterizzare il suo ruolo, ma fortunatamente rimane in linea con il personaggio creato appositamente dalla regista, riuscendo ad essere una spanna sopra gli altri attori, che appaiono solo di contorno.

A differenza del marito abile nel rappresentare visivamente la bellezza dei corpi, qui la regista francese non riesce a seguire gli stessi passi, creando dei personaggi piatti e monocordi, tralasciando la sopracitata Isabelle Huppert.

Nel film manca anche quella potenza dell’immagine, che avrebbe acceso tutti i riflettori; badate bene, non è che il suo lavoro (quello della regista, per intenderci) sia privo di una luce propria, ma non sempre si accende correttamente, purtroppo anche la nostra cara Isabelle Huppert, ha avuto più di una difficoltà ad apparire sempre scintillante sulla scena.

Isabelle Huppert e Edith Scob in una scena cruciale del film.
Isabelle Huppert e Edith Scob in una scena cruciale del film.

Una buona costruzione dei vari elementi che compongono questa storia sgangherata, avrebbe aiutato non poco la regista, perché va detto che anche sotto il profilo della sceneggiatura, il film si dimostra fallace.

Malgrado le ottime aspettative per questo suo nuovo film, la Hansen-Love cade in quel cinema pretenzioso e melenso, essenzialmente privo di spessore e di pathos emotivo.

Certo non si può proprio dire che sia un totale disastro, ma si fa una fatica enorme a trovare qualcosa di vagamente accettabile nel film, i presupposti per una discreta realizzazione finale c’erano tutti, ma non sono stati ampiamente soddisfatti.

Dopo la generosa e gradevole recitazione della Huppert, la seconda ed ultima nota di merito è da ricercare, nella durata del lungometraggio, che rende la visone meno amara, ma comunque lascia lo stesso insoddisfatti in fin dei conti.

Fosse stato un film incompleto o addirittura stravolto da come l’avrebbe voluto vedere la regista, a fine lavorazione, sarei stato anche in grado di premiarlo in toto, ma in questo caso proprio non riesco a salvarlo dalle sue pecche evidentissime.

Il film lo potrete trovare in sala da domani, grazie a SatineFilm Distribuzione.