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The Age of Shadows (2016) – Recensione Anteprima

C’era una volta il cinema che osava scandalizzare, traumatizzare e angosciare; con pochi mezzi si riusciva a colpire l’anima dello spettatore, che rimaneva ammaliato dalle scelte stilistiche che adottavano i registi che si approcciavano a quei generi cinematografici.
Purtroppo con il passare degli anni si è preferito scegliere la via più facile, offrendo sempre di più prodotti (in alcuni casi di buona qualità) commerciali, così da far avvicinare più persone al mondo della settima arte.
Invece se ci spostiamo in oriente e più precisamente, in Asia, possiamo ben notare con meraviglia, come il linguaggio visivo e narrativo, non abbia mai avuto una mutazione, forse perché più vicini, per tradizione, a tali tematiche.

Il cinema asiatico ha avuto una moltitudine di registi validi, sin dagli inizi della storia del cinema; ad esempio uno su tutti il celeberrimo Akira Kurosawa, che con i suoi film ha saputo connettere due mondi distanti fra di loro, ovvero l’Asia e l’America.
Kim Ji-Woon è un regista che ha capito fin da subito come catturare lo spettatore, proponendo film sempre di ottimo livello, per citarne alcuni: lo stupefacente gangster movie a tratti romantico “A Bittersweet Life” e il cinico, ma spietato thriller “I Saw The Devil”, inedito in Italia.
Come tanti suoi predecessori anche Kim Ji-Woon è approdato nel cinema americano, con il suo film “The Last Stand”, avente come protagonista Arnold Schwarzenegger, star del cinema action degli anni 80; un film tutto sommato gradevole e di un buonissimo intrattenimento.

Uno dei protagonisti alla ricerca del nemico da catturare.
Uno dei protagonisti alla ricerca del nemico da catturare.

The Age of Shadows segna un punto indelebile di rottura con i suoi vecchi film, come se il regista stesso volesse cambiare rotta, una sorta di nuovo inizio, da cui partire per raccontare nuove storie.
Kim Ji-Woon ci immerge negli anni 30,del 900 quando il Giappone e la Corea erano in eterno conflitto per divergenze politiche e sociali; a contare erano più i giochi di potere che le vere esigenze delle popolazioni di queste due nazioni.
A seguito di questi contrasti, nascerà un gruppo di ribelli che avranno il difficile compito di ristabilire la serenità e l’armonia collettiva, attraverso l’uso della violenza e della diplomazia.
Il film è anche una parabola sui vari regimi dittatoriali che ci sono stati nel mondo e che purtroppo in alcuni Stati sono ancora ben presenti, infatti ogni personaggio presente o meno sulla scena, vuole la sua medaglia, ostacolando a più non posso il rivale, pur di avere quel riconoscimento che gli permetterà di ricevere tutte le onorificenze del caso.

Nel susseguirsi delle vicende principali, mano a mano si tracceranno delle sotto trame, all’apparenza insignificanti ai fini della trama, ma che in special modo negli ultimi minuti del film, diventeranno catalizzatrici dell’unicum generale.

Il regista tende ad enfatizzare la componente spionistica del film, donandole maggior spessore, come se volesse farci capire che è lì che si focalizzano le scene migliori della pellicola, anche se va specificato che in realtà il film prende delle pieghe narrative ben più ampie, di quelle sopracitate.
The Age of Shadows è un concentrato di momenti destabilizzanti, nei quali i protagonisti si divertono a scatenare l’ira dei potenti, andando a scavare il marciume che per anni è stato nascosto, per paura di vere e proprie rivolte interne.

I movimenti di macchina adoperati danno quella sensazione di sfasamento, tutto ciò è dovuto anche alla bravura del regista, che sapientemente riesce a passare da una scena posata ed equilibrata, ad una invece più caotica e dispersiva, come nei film action più sgraziati di Hollywood e dintorni.
Esemplare è la scena girata completamente in un treno, dove il regista coreano si diverte a costruire delle sequenze al cardiopalma, usando rallenty e riprese ravvicinate sui vari personaggi che si trovano in scena.

Uno dei protagonisti mentre sta viaggiando in auto.
Uno dei protagonisti mentre sta viaggiando in auto.

Anche in questo film ritroviamo volti familiari al caro Kim  Ji-Woon,;si intuisce che fra gli attori e il regista si è andato a creare un rapporto quasi parentale, ormai gli attori si sentono perfettamente a loro agio con il regista coreano, dopo anni e anni di collaborazioni reciproche.
Il livello tecnico è strabiliante, da questo punto di vista nulla da eccepire, sembra quasi di assistere ad un concerto musicale, per quanto è orchestrato magistralmente, non c’è nemmeno una virgola fuori posto, come solo gli asiatici sanno fare.

Paradossalmente il film è così perfetto, da non farci neanche caso, forse proprio perché ormai da anni siamo stati abituatati a prodotti di alta caratura, invece proprio film come questi non sono per nulla scontati.
Gli ultimi 5 minuti del film sono da prendere e custodire in una teca, come si fa per gli oggetti più preziosi, è oltremodo una grande lezione di cinema con la c maiuscola.

In definitiva sebbene duri la bellezza di due ore e quaranta minuti, lo spettatore farà difficoltà a distogliere lo sguardo, per via di un’ottima narrazione in aggiunta ad una pazzesca regia.
The Age of Shadows è caldamente consigliato se cercate una spy story non convenzionale, dove il regista omaggia il cinema migliore di Brian De Palma (soprattutto in alcune sequenze al limite dell’erotismo, per via di alcuni sguardi che si rivolgono i vari personaggi) e la sfrontatezza del cinema asiatico alla Park Chan Wook, per intenderci.

Qui sotto come al solito vi lascio il trailer per poterlo visionare, film distribuito in Asia niente di meno che dalla Warner Bros.

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