Logan, il film da poco uscito nelle sale – e diretto da James Mangold – , è decisamente il miglior film della trilogia dedicata allo scontroso e animalesco personaggio. La pellicola, vagamente ispirata al fumetto Vecchio Logan (di Mark Millar e Steve McNiven), si può infatti considerare ben riuscita. Che la Fox abbia capito come differenziare i propri prodotti marveliani dal resto dei cinecomics sulla piazza?

Wolverine non esiste più.

Logan è tutto ciò che resta di lui: un uomo disilluso ma con ancora molto da perdere, le macerie di ciò che era un grattacielo apparentemente indistruttibile, un selvaggio che non si guarda alle spalle e che non è più in grado di assaporare nulla. Il mondo che lo circonda è cambiato, gli X-Men non esistono più e il suo unico compagno di vita è uno Xavier malato, senile ed instabile. Incontrerà una bambina che lo convincerà a sfoderare gli artigli per difendere un gruppo di bambini mutanti minacciati da una multinazionale senza scrupoli.

Hugh Jackman ci confeziona come regalo d’addio un’interpretazione sentita e molto impegnata. Dev’esser stato molto difficile calarsi nei panni di un vecchio “guerriero” umile senza cadere nella banalità, ma l’attore rimane davvero credibile per tutta la durata del lungometraggio, affiancato da un’ottima ragazzina. Degna di nota è la sorprendete cura estetica e fotografica: alcuni frame eccezionali donano quella qualità che era mancata ai precedenti film dedicati al personaggio. Inutile dire che molte scene della pellicola si rifanno palesemente al terzo e al secondo capitolo di Mad Max, dove i tempi dell’azione sono gestiti magistralmente.

Poi: il sangue. Il sangue, quello vero e magari un po’ gratuito. Il sangue generato da una violenza animalesca, parte integrante del personaggio di Wolverine.

Un’altro aspetto dell’opera poco notato è l’assurda colonna sonora, che si fa ancor più assurda nei momenti di azione: melodie strampalate spesso accompagnano sequenze moderatamente splatter e parecchio movimentate. I dialoghi sono sentiti e naturali (a tratti toccanti), messi in scena più che dignitosamente dagli attori. La trama del film è decisamente ben architettata (non si dà a didascaliche spiegazioni forzate), ma purtroppo non mancano singoli elementi deboli e soluzioni superficiali che minano fortemente gli ultimi minuti del film, portando a termine in modo affrettato o troppo “comodo” situazioni ben costruite. Molto equilibrate sono invece la drammaticità e la comicità nel film: è possibile che poco dopo una risata scenda una lacrima di commozione.

Penso che una scena in particolare abbia lasciato il segno: il momento in cui i bambini tagliuzzano la barba del guerriero ormai disilluso, il quale impara nuovamente ad accogliere emozioni ed ideali, diventando per pochi istanti “quello di una volta”. 

Questo è un film in cui il vecchio lascia il passo al ragazzo, è un inno alla giovinezza ed un rammaricato addio al passato. Nell’inquadratura finale c’è tutto questo.

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