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Harbinger: perché leggere questo fumetto!

“Da un grande potere derivano grandi responsabilità.”
Ci avete mai pensato per un momento? Avete mai passato davvero un paio di minuti a concentrarvi su questa massima? Togliete per un secondo lo zio Ben morente che rantola queste parole in faccia ad un Peter Parker troppo giovane per una sofferenza così grande, cosa rimane?

Ad ogni azione ne corrisponde una uguale o contraria. Le regole del mondo appaiono quanto mai semplici, ergo: si potrebbe tranquillamente affermare che non soltanto il potere è circondato dalle varie responsabilità che da esso derivano. Ogni gesto, in realtà, ha una sua conseguenza e ogni conseguenza ha il suo peso equilibrato.
Uccidi una formica e toglierai al formicaio l’1% della sua forza lavoro. Non salutare il corriere che ha tardato nel portarti il fottuto videogioco in tempo, e quest’ultimo affronterà la giornata lavorativa con un sorriso più pesante da tirar su. Tradisci il tuo partner nel momento in cui sta, che so, affrontando un lutto e tutto ciò che ne verrà fuori saranno anni di mancata fiducia nel sesso opposto e difficoltà a relazionarsi.


Insomma, si potrebbe continuare a sparar esempi di diverso tipo ma gira che ti rigira, tutti quanti nel nostro piccolo abbiamo grandi poteri da cui derivano grandi responsabilità. Quello che vuole dirci Zio Ben, secondo il mio umile parere, è che comunque vadano le cose dovremmo sempre far fronte a ciò che possiamo realizzare nella vita e a quello che queste azioni comportano. Spiega di un equilibrio, in sunto, che a storie come l’Uomo-Ragno piace tirare in ballo, e la peculiarità è che uno poi si ritrova lì, col fumetto fra le mani, e dice “cacchio, mi sento proprio come te anche se non sparo ragnatele dai polsi e non mi vengono dietro la roscia più arrapante di New York e la bionda più graziosa dell’istituto”.
Ecco che, ancora una volta e per l’ennesima volta, giunge in soccorso la parola perfetta per un’opera d’intrattenimento che si rispetti: l’immedesimazione.
Un Eroe deve essere simile al suo lettore ( o al fruitore dell’opera in cui il personaggio appare ), deve avere elementi riconducibili ad una persona reale ma deve allo stesso tempo essere qualcosa di più, tornando poi a non sminuire il lato umano. Solo così facendo si ottiene il perfetto riscontro dal pubblico, che si diverte e si estranea ovviamente, ma che non si sente mai solo.


Io sono un accanito lettore di fumetti, li divoro avidamente e con gioia, non nascondendovi che molte volte trasgredisco i miei impegni per rientrare almeno nelle due letture settimanali che ristabiliscono la mia sanità mentale, ma vi dico anche che nonostante la fissa estrema ho riscoperto questa passione negli ultimi quattro anni, e per quanto possa piacermi sono ancora ben lungi dall’arrivare ad un alto livello di conoscenza rispetto questo mezzo artistico, ma… con l’ignoranza dalla mia parte, voglio poter dire la mia su di un fumetto che, in brevissimo, ha cambiato le carte in tavola della mia totale esperienza in ambito comics.
Vi starete a questo punto chiedendo il perché di tutto questo lungo preambolo, e ora, “finalmente” direte voi, vedrò di arrivarci subito.

Nonostante nel corso del tempo abbia compreso ed accettato ciò che in breve i fumetti supereroistici hanno sempre voluto comunicarci, e nonostante la più che valida immedesimazione provata dal sottoscritto nel leggerli, fondamentalmente mi sono sempre sentito non proprio parte di quello a cui stavo assistendo. Sono infatti del parere che se ci si trova di fronte un fumetto che rappresenti in un qualche modo la figura del superuomo, la soggezione nel lettore debba esser ancora più forte e radicata dell’empatia. E questo non mi è mai stato trasmesso, o quasi.
Tutto è cambiato quando, un po’ per caso, recuperai il primo numero del fumetto Harbinger. Targato Valiant Comics, questa storia mi offriva l’elegante ma schietto punto di vista di un giovane dotato d’immensi poteri, tale Peter Stanchek, reclutato poi da uno degli uomini più potenti del mondo, Toyo Harada, anch’esso dotato di grandi capacità e unico mentore del ragazzo. Come potete vedere l’incipit appare semplice, ed è proprio in questa linearità che la storia si stratifica e gioca con gli stereotipi, stravolgendoli dopo poco, affinché il lettore non solo s’intrattenga ma venga completamente assalito da ciò che il fumetto può offrire.


C’è un’onnipotenza dietro le abilità sia di Toyo che di Peter, una forza più o meno controllabile ma davvero troppo grande che li metterà, senza scender nel dettaglio, l’uno contro l’altro facendoli divenire potenzialmente i due personaggi più pericolosi di tutto il Valiantverso. Ed è proprio in questo che vive una delle forze portanti del fumetto. Peter è un ragazzo dal passato torbido, crudele e lo stesso è per Toyo la cui infanzia è segnata dalla terribile tragedia atomica che investì Hiroshima nella storia che tutti conosciamo. Il potere di questo fumetto è il terrore, l’angoscia di trovarsi di fronte un adolescente arrogante che potrebbe fare qualsiasi cosa con la sola forza della mente, combattuto poi da un uomo che non solo controlla il creato ma che è anche in grado di sopprimerlo. Non si tratta più di un grande potere da cui derivano grandi responsabilità, ma di abilità talmente grandi, a tal punto da far conseguire responsabilità troppo pesanti per un essere umano. La paura sta proprio in questo: nonostante abbiano i poteri degli dèi, questi due personaggi sono comunque umani, destinati a sbagliare e a inciampare sui loro stessi difetti.


Nessun Happy Ending, nessun salvataggio all’ultimo minuto. In Harbinger la gente muore, montagne di civili vengono macinate dalla forza di superesseri il cui unico obiettivo e prevalere sul nemico.
Jim Shooter con il fido compare Joshua Dysart elaborano una sceneggiatura dirompente, che erge le proprie basi sull’oscurità che si cela dietro ogni essere umano e su quanto quest’ultimo possa, in fin dei conti, essere corrotto nonostante i buoni propositi.
E poi… poi vengono i dialoghi. Freschi, schietti, alle volte sagaci ma assolutamente caratterizzanti. Ogni personaggio sembra vivere di un’esistenza propria. Sia chi sarà dalla parte di Peter o nelle schiere di Harada, ogni comprimario sarà velato da un’ideologia personale, utile soprattutto alla costante e meravigliosa espansione dell’universo Valiant che, a questo punto, spero copra con una testata propria ogni personaggio creato fino a questo punto.

S’impone così Harbinger, in un panorama fumettistico ormai saturo delle pressioni economiche e della facile censura, portando nelle nostre fumetterie un’opera che dopo 25 numeri tradotti adesso gestiti dalla Star Comics, non accenna ad atterrare e riesce comunque a stare sempre sulla cresta dell’onda. Attraverso plot twist ragionati ma immediati, il fumetto prende il meglio da evidenti modelli ispirazionali quali la ormai nota Saga di Fenice Nera firmata Claremont fino a toccare anche Dio in Terra, targato Arcudi, regalandoci emozioni forti ma soprattutto indimenticabili.
Insomma, perché leggere Harbinger? Semplice: perché è il fumetto di supereroi che stavamo aspettando tutti e che, grazie a Dio, è stato finalmente scritto.

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