Prima degli anni 2000, se vi capitava di sentire il termine Virtual Band, avreste pensato ad alcuni “gruppi musicali” provenienti da cartoni animati americani di serie D. Questa fusione tra fumetto e musica è presente sin dagli anni 50, ma il potenziale di questo concept sarà pienamente esplorato nel 2001, quando il frontman dei Blur, Damon Albarn, e l’artista dietro al fumetto Tank Girl, Jamie Hewlett, iniziarono a collaborare rilasciando il loro omonimo album d’esordio: Gorillaz. L’idea di creare una band animata saltò fuori dalla loro frustrazione verso la generazione MTV.

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I volti dietro l’industry della musica erano diventati delle celebrità senza sostanza, con una musica prodotta ad hoc. Quindi se la musica doveva essere “fabbricata”, loro volevano farlo sotto ogni aspetto, partendo dalle ceneri insomma. Con questi quattro personaggi: 2-D, Russel, Murdock e Noodle, Albarn e Hewlett volevano spodestare le celebrità dell’epoca sostituendo i volti della musica con queste caricature di ciò che vedevano spesso nel panorama musicale di quel periodo.

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C’è una frase di Roger Morton nel loro libro “Rise of the Ogre”, in cui viene detto:

“In un mondo dove ogni cosa è una copia fittizia di se stessa, dove non esiste altro che l’immagine, dove addetti stampa hanno addetti stampa e le celebrità sono tetramente industriali, è inevitabile che questa ‘immagine’ inizi a crollare su se stessa…”

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I Gorillaz decisero di distruggere questa miope idea di cosa la musica pop era o doveva essere, diventando un esperimento di decostruzione dei generi. Questi quattro archetipi musicali (i membri del gruppo) furono utilizzati come un mezzo per esplorare qualsiasi cosa dal hip-hop, trip-hop, brit pop, j-rock, al orchestral, elettronica, jazz, folk e opera.

C’è sempre un determinato tema concettuale in ogni album dei Gorillaz: Demon Days rappresenta la paranoia post 11 settembre, come il mondo intero si è piegato ed è cambiato (nel bene, ma soprattutto nel male) a causa di quel tragico evento; Plastic Beach invece affronta il problema dell’inquinamento, non solo dell’ambiente, ma anche della natura umana, diventata ormai intrinsecamente corrotta. Nonostante la presenza di un unico concept per ciascun album, ogni singola traccia è radicalmente diversa dall’altra nel tono, nelle atmosfere, nell’uso degli strumenti e nel testo. Vi do un esempio tratto dal loro album Plastic Beach, qualcosa di un po’ folk e che trasmette tranquillità (ascoltate il primo video fino al minuto 2.23, poi cliccate sull’altro).

E ora completamente all’opposto dello spettro sonoro precedente.

Come avete avuto modo di notare, entrambe le tracce fanno parte della stessa canzone. Questi continui cambi di genere governano il ritmo dell’album e catturano l’attenzione, provocando un senso di curiosità causato dal non riuscire a prevedere cosa ti aspetta dopo.

L’uomo ha sempre avuto il bisogno di catalogare e ciò succede anche con la musica. Tale bisogno di categorizzare in generi, inserendo tutto in ordinate scatole etichettate, deteriora il fattore che permette di esplorare e acquisire il proprio gusto musicale. E questo accade prevalentemente quando si è giovani: trovi un paio di generi che ti piacciono, entri in fissa con quella particolare categoria e inizi ad ascoltare solo quello. Una delle cose più comuni che sento quando discuto di musica con altre persone è “Oh non ascolto la musica elettronica” oppure “Ascolto tutto fuorché il rap”, e questo è il risultato del limitare il proprio gusto musicale, disprezzando un intero genere solo perché non vi piace un gruppo che ci si identifica.

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La categorizzazione in generi e sotto generi permette una ricerca più definita e aiuta a trovare una musica con specifiche caratteristiche o artisti in campi similari. La categorizzazione, però, è solo frutto della natura umana, ma è la stessa natura umana che mescola, collabora e alcune volte adultera. Fa tutto parte del processo di sperimentazione, abbiamo bisogno di influenzarci reciprocamente, di miscelare vari stili musicali e culture. Sono cresciuto ascoltando i Gorillaz, e quell’erosione di generi mi ha reso aperto ad apprezzare tante tipologie di musica e ciò, ripeto, è qualcosa di molto importante da imparare quando si è giovani.

Jamie Hewlett in un’intervista afferma che: “Liam Gallagher, durante la conferenza, era negativo e diceva che ‘i Gorillaz sono per bambini, una fottuta band per bambini’. Ho pensato che quella fosse la cosa più figa detta riguardo ai Gorillaz, perché volevo che fossero per i bambini, dagli 8 ai 15 anni in particolare, perché sono quelli a cui non importa chi c’è dietro. Non pensano a me e Damon, pensano ai Gorillaz e vedono la cosa nel modo in cui dovrebbero. Quando Clint Eastwood venne pubblicato, arrivò nella top 5 ed era circondata da tutta questa merda per teenager, e già i bambini l’ascoltavano e imparavano a classificare la musica, influenzati da dub, reggae e hip-hop pensando che fosse figo. Io credo che abbia funzionato!

Jamie Hewlett, English comic book artist and designer. He is best known for being the co-creator of the comic Tank Girl and co-creator of the virtual band Gorillaz. Photographed at his home in West London.

Jamie e Damon cominciarono a scomparire dietro l’artificio di questa band animata, e la musica venne avvantaggiata da tale libertà, utilizzando un formazione sempre cangiante, con la presenza di artisti provenienti da generi musicali totalmente differenti tra loro: da Snoop dogg e Bobby Womack, fino a Lou Reed e l’Orchestra Nazionale Siriana. La musica è costantemente in evoluzione, perfino tra i vari album, e gli elementi animati della band non sono uno stratagemma o una distrazione. Quelle illustrazioni possono vivere da sole, senza bisogno della musica, ma il connubio tra questi due elementi crea un nuovo modo nel narrare una storia, che vive di una continuity propria.

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Altri artisti hanno provato a produrre un intero album “visivo”, strettamente legato a dei video musicali o a particolari performance, ma non hanno la stessa portata dei Gorillaz. Quando sentite Damon Albarn cantare, il fatto di immaginare 2-D al suo posto è qualcosa di unico e speciale. E questo è ciò che li ha resi degni di un doppio disco di platino per Demon Days, nove nomination ai Grammy e una nomina come band dell’anno da GQ, nel 2010, ad una band che neanche esiste realmente.

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Sappiamo che Hewlett e Albarn stanno lavorando ad un nuovo album dei Gorillaz, con un impostazione sia grafica che musicale differente dalla precedente. Ciò si può iniziare ad intuire dall’interazione coi social della band, addirittura Noodle ha un proprio account instagram, e i vari membri hanno rilasciato delle interviste per vari siti dell’oltreoceano. L’album è in uscita nel 2017, quindi questa logorante attesa sta finalmente per concludersi.

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