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Carrie Fisher: l’Icona, la Principessa

È ormai notizia di un paio di giorni fa la prematura dipartita di Carrie Fisher, stroncata da un infarto mentre si trovava in volo per New York. Abbiamo tutti tirato un sospiro di sollievo quando abbiamo saputo dalla madre, l’attrice Debbie Reynolds, che la nostra Principessa era stabile e si stava riprendendo, poi la terribile notizia che nessuno avrebbe voluto sentire. E per una tragica ironia del destino, anche la madre, ieri, è scomparsa, non reggendo il dolore per la perdita di una figlia tanto amata quanto sofferta.
La morte di Carrie, personalmente, mi sconvolge e mi rattrista molto, come se fosse morto un familiare. Non sono parole gridate ai quattro venti giusto per essere drammatici, la sua figura è stata importantissima per la mia crescita privata e professionale, la sua battaglia contro una vita tutt’altro che facile e la sua Leia forte e indipendente mi facevano desiderare di diventare come lei, un giorno. Guardavo il suo profilo sulla scatola VHS della Trilogia Originale di Guerre Stellari e sognavo di essere lei.
Nata nel 1956 da Debbie Reynolds e Eddie Fisher, già da piccola dovette affrontare i primi dolori, dopo il tradimento del padre con l’attrice Liz Taylor e il divorzio dei suoi genitori. Poi, il successo: a soli 20 anni viene scritturata per il ruolo della Principessa Leia Organa in “Una Nuova Speranza”, il primo di una lunga serie di film che la consacreranno un’icona pop dagli anni ’70 fino ad oggi. La sua Principessa è diversa da quelle che eravamo abituate a vedere fino a quel momento, non una lady in distress che deve essere salvata da un eroe senza macchia e senza paura: Leia è perfettamente in grado di proteggersi da sola, è a capo di una Ribellione in perenne bilico contro un Impero esteso e potente (una sorta di Davide e Golia intergalattico) e arriva persino a rifiutare l’etichetta da Principessa per diventare semplicemente “Generale Organa”.

Carrie
Carrie ha più volte scherzato sul suo ruolo in Guerre Stellari, ribadendo che solo per puro caso somigliasse fisicamente a Leia, ma allo stesso tempo questa figura semi-immaginaria ha avuto un grande peso sulla sua carriera, attraversando prima un declino e poi l’eterna consacrazione. Nella sua vita privata, inoltre, c’è molto di più: a 24 anni le fu diagnosticato il disturbo bipolare di personalità, forse uno dei disturbi mentali più drammatici; riuscì ad accettare questa diagnosi solo molti anni più tardi, dopo un’overdose frutto del suo attaccamento compulsivo all’acol e alla droga, e da allora è diventata un punto di riferimento per tutti coloro che soffrono dello stesso disturbo.

<<We have been given a challenging illness, and there is no other option than to meet those challenges. Think of it as an opportunity to be heroic – not “I survived living in Mosul during an attack” heroic, but an emotional survival. An opportunity to be a good example to others who might share our disorder.>>

La nostra Principessa, il nostro Generale, se ne è andata via da guerriera, non dandosi mai per vinta, ed è così che dobbiamo ricordarla. Una guerriera che ha vinto la sua battaglia contro gli ostacoli più ardui e più drammatici che la vita può porre davanti a una persona. E non se ne è andata in solitudine, ma attorno al calore dei suoi compagni di vita e dei suoi amici più cari, che ricorderanno sempre come, nonostante le difficoltà, fosse lei quella a donare gioia e sorrisi a tutti.
Carrie
Questo non è un addio, ma solo un arrivederci, Carrie. Che la terra ti sia lieve e che la Forza sia con te.

 

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