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Considerazioni su “Nosedive” (“Black Mirror”, 2016)

Considerazioni sul primo episodio della terza stagione di "Black Mirror".

Ottobre 2016 è sicuramente da ricordare per il ritorno di una delle serie tv migliori, più originali e più brillanti, degli ultimi anni : “Black Mirror” creata e scritta dal genio di Charlie Brooker, già autore del fantastico “Dead Set”. “Black Mirror” è una serie tv antologica di genere fantascientifico/distopico il cui filo conduttore è un’incessante critica alla moderna tecnocrazia.

La prima puntata della terza stagione, prodotta da Netflix, è la fantastica “Nosedive”, scritta da Charlie Brooker e diretta da Joe Wright. La puntata racconta di una realtà molto vicina alla nostra in cui le persone vivono in contatto costante con una sorta di piattaforma on-line simile ad un social network, in cui valutare gli altri, caricare foto o immagini, e postare messaggi. La società è divisa proprio in base alla media dei voti che vengono ricevuti su questa piattaforma e bisogna stare attenti a non scendere sotto il “2.5” per non esserne assolutamente esclusi. Joe Wright utilizza una tecnica registica funzionale e fluida, spesso utilizzando una camera fissa, delle inquadrature larghe che vanno poi a stringere e mantenendo sempre un tono patinato da video musicale pop adattissimo ai temi di questa prima puntata.

L’elemento sorprendente è che la nostra realtà è praticamente identica a quella mostrata dalla prima puntata di “Black Mirror”, che semplicemente riesce a mostrarcela in modo tagliente, diretto e distaccato. Facebook funziona così. La vita funziona così. Se hai più seguito sei più influente, hai più peso nella società, hai la possibilità di vendere facilmente i tuoi prodotti. Se hai più “like”, più votazioni, più stelline, sei già una persona importante che può riuscire praticamente in tutto, chiunque tu sia. Non importa se sei meno bravo di altri, non importa se non hai talento perché se hai molta gente che ti segue, che legge i tuoi post, che li valuta : sei già un vincente. Ed anche nella realtà, un “like” mio, di un perfetto sconosciuto, non vale quanto quello di una star, di un professionista, di una persona famosa.

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Tutto questo è orribile ma la cosa più inquietante è che la gente veda “Black Mirror”, guardi questa puntata, la critichi facendo un post su Facebook e poi ricominci a vivere in questo modo, cercando il “like” come la moneta più importante. Poco tempo fa un autore italiano di peso dichiarò tra i commenti di un post su “Facebook” che faceva molte copertine, più di vari autori molto più bravi di lui, perché si era creato un seguito nel tempo, a differenza degli altri. Quindi si vantava del fatto che riuscisse a lavorare molto più di tanti autori più bravi di lui solo grazie al seguito che si era creato (ovviamente on-line).

Questo è praticamente quello che mostra la prima puntata di “Black Mirror” e, assurdità : sicuramente questo autore o qualcuno della sua cerchia farà un post su questa puntata parlando di come sia vicina alla realtà e di quanto sia orribile questo sistema (quando poi è uno dei motivi principali per i quali determinati autori lavorano più di altri, magari anche più bravi dei suddetti).

Sostanzialmente, come dimostrato dalla serie tv, questo è però un universo effimero, dove basta un’uscita sbagliata per (ri)diventare un signor nessuno. Se vuoi vivere in questo modo non puoi essere onesto, né sincero. Devi avere una maschera per ogni occasione, dire la cosa giusta in ogni momento. Non puoi mai essere impulsivo, istintivo, carnale. E ci sarà sempre qualcosa, come la malattia solo accennata nella serie, che verrà a bussare alla tua porta per ricordarti che tutta quella roba non è reale. In quei momenti in cui corriamo dietro un pallone, in cui beviamo una birra chiacchierando con un amico, in cui ridiamo incessantemente ricordando ilari fatti del passato, in cui camminiamo sotto la pioggia e nuotiamo nell’acqua fredda, in cui viaggiamo, amiamo, scopiamo : solo allora siamo veramente vivi e nessuna foto e nessuno stato potrà mai rappresentarlo.  Perché “una fotografia del sole per quanto si sforzi non scalda uguale”.

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