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The Downward Spiral (1994) – Recensione

I Nine Inch Nails nelle esibizioni live che seguirono l’uscita di “Pretty Hate Machine” ( 1989 ) misero in campo un’impronta più rock e meno elettronica rispetto all’acclamato disco che andrà poi a influenzare prepotentemente lo stile della band nelle successive produzioni discografiche, tra cui l’EP “Broken” ( 1992 ) dove l’elettronica viene quasi abbandonata lasciando spazio a un rock violento e rabbioso di buon livello, seppur povero di vera innovazione e personalità.

Nel 1994 con “The Downward Spiral” Trent Reznor torna all’industrial puro, costruendo un epocale impero di deformazioni e sovrapposizioni sonore dove andare ad incidere con violenza il suo dolore interiore e tentare di esorcizzare il proprio malessere, descrivendo con una crudeltà sincera e necessaria l’era di oscurità e confusione che l’america stava vivendo negli anni ’90, infondendo quindi nei testi la rabbia, la paranoia e l’autodistruzione che la società americana esprimeva per dare vita al suo alter ego “Mr. Self Destruct“, non solo specchio macabro e immorale di quell’epoca oscura e folle ma anche maschera personale dove sfogare con libertà le proprie paranoie e la propria rabbia per scavare nel lato peggiore del proprio animo dando forma espressiva a tutte quelle emozioni e perversioni che ogni persona tende a celare dentro di sé.

The Downward Spiral” è però anche l’opera definitiva sull’industrial rock, non solo perché racchiude dentro di sé ogni forma sonora e rivoluzionaria del genere che negli anni numerose band hanno costruito e inventato, ma anche per la capacità unica di Reznor di mescolare con intelligenza le sonorità martellanti e distruttive dell’industrial con melodie più fragili, riflessive e toccanti. La struttura sonora globale dell’album infatti risulta fin da subito aggressiva e irruenta, decisamente metal, e l’elettronica e i synth protagonisti e onnipresenti del primo album qui vengono intrecciati con maggiore maestria con chitarre elettriche distorte ed effetti sonori e vocali di ogni tipo spesso manomessi e decostruiti per dare vita a sonorità infernali e apocalittiche, creando uno stile sonoro finalmente amalgamato con perfezione.

Un caos controllato in ogni minimo dettaglio dove Reznor si rivela un vero genio innovativo sopratutto per la sua abilità nel montaggio sonoro, estremamente preciso e studiato, quest’album infatti presenta in modo assai più massiccio e funzionale rispetto all’opera precedente le sovrapposizioni vocali e sonore, dove il polistrumentista e cantante andrà interamente a cantare tutti gli echi corali per poi unirli con il montaggio esattamente come fatto con i vari strumenti musicali, anch’essi suonati quasi tutti da Reznor in numerose clip intrecciate con un lavoro di mixaggio sonoro di altissimo livello.

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Già dal primo brano “Mr. Self Destruct” l’ascoltatore viene investito dalle scariche rumorose e deliranti del disco, a seguire quella tempesta di suoni e rumori ci pensa la fittizia calma di “Piggy“, un macabro duetto tra la voce di Reznor e l’incisiva batteria di Chris Vrenna, che crescendo sempre più di tensione lascia posto alla blasfema e Nietzscheana “Heresy“, dove ogni ipocrisia religiosa viene demolita con uno dei testi più cattivi del disco, affermando con convinzione che questo ipotetico dio è ormai morto. La spirale discendente procede con la carica infuriata di “March Of The Pigs” ispirata alla sconvolgente strage di Beverly Hills e con i ritmi Electro-Funkie della perversa e depravata “Closer“, scendendo poi con “Ruiner“, “The Becoming” e “I Do Not Want This” in antri bui e schizofrenici, dove il nostro Mr. Self Destruct andrà per la prima volta a scontrarsi contro se stesso, affrontando con grande sofferenza il proprio passato e le proprie paranoie.

Tutta l’adrenalina e la follia per il momento ancora saldamente trattenuta da poche briciole di lucidità e sanità mentale viene liberata senza più alcun ritegno con la furia moralmente inaccettabile di “The Man With A Big Gun“, dove la spirale discendente sembra aver portato Mr. Self Destruct in una pazzia ormai incurabile e repulsiva, eppure le note malinconiche e rigenerative della strumentale “A Warm Place“, cover personale della “Japan Crystal” di David Bowie, tentano scaldare il suo animo ormai gelido e privato di ogni sentimento riaffiorando in “Eraser” emozioni alternate di desiderio e odio contro un’amore tradito precedute da una magistrale e crescente costruzione sonora ed emotiva che raggiungerà nel finale clamorose e violente vette metal, stesse emozioni che verranno maturate e amplificate nella sensuale e viscida “Reptile“, dove la meccanica armonia sonora fa da suggestivo sfondo a un testo intriso di macabro (anti)romanticismo.schermata-2016-09-29-alle-21-34-47Con “The Downward Spiral“, brano che appunto dona il titolo al disco, le melodie rovinate e corrotte della spirale discendente, già accennate nel finale di “Closer“, portano Mr. Self Destruct alla propria inevitabile autodistruzione richiamando con le urla disperate e l’angoscia sonora la clamorosa e disperata “Frankie Teardrop” dei Suicide ma il gran finale che chiude questo epocale Concept Album è l’acustica “Hurt“, dove Reznor dopo essersi nascosto dietro alla maschera di Mr Self Destruct, per poter liberamente esprimere il peggio di se, ora cala quella maschera ormai devastata per riflettere sul tipo di persona che è diventato e sull’orrore che ha scatenato su se stesso e sugli altri. Un brano carico di depressione dove Reznor con grande sprezzo verso di sé e verso le proprie azioni racconta della sofferenza vissuta in seguito dalla dipendenza da droga e dall’abbandono di ogni persona cara, rimuovendo ogni tipo di deformazione sonora ed elettronica protagonista del disco per cercare di cancellare ogni residuo di Mr. Self Destruct, con un crescendo emotivo e sonoro che giungerà, nell’unica ed esplosiva scossa elettrica finale, a infliggere vero dolore anche all’ascoltatore.

Liberando tutte queste sporche e corrotte emozioni che ogni persona ripudia dentro di se, Trent Reznor crea con “The Downward Spiral” una pietra miliare fondamentale e immortale del Industrial Rock, dove i rumori e le distorsioni diventano sinfonie infernali e la rabbia e l’odio pura poesia universale capace di dar conforto e sfogo a chi si dovesse ritrovare in una delle tante spirali discendenti della vita.

 

VOTO: 9.5

Brani:

Piggy (*)
Heresy (*)
Closer (*)
Eraser (*)
Reptile (*)

Hurt (*)

( * consigliati )

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