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Amanda Knox: il documentario

Il fine settimana perfetto è quello composto da 48 ore di totale isolamento dalla società, durante il quale l’unico contatto concesso è quello con lo streaming e con il cibo spazzatura. Reduce da un weekend di siffatta portata – come testimonia il mezzo chilo in più che mi porto addosso – giungo qui per chiarire – a voi e a me medesima –  cosa penso delle due ore del mio weekend trascorse a vedere il documentario Amanda Knox.

 

Partendo dal presupposto che non sono un’appassionata di delitti e/o tragedie, né tantomeno una fan accanita di trasmissioni del calibro di Quarto Grado, chiarisco immediatamente il motivo che mi ha spinto a vederlo: Amanda Knox è un documentario targato Netflix e, in linea generale, io apprezzo moltissimo le sue produzioni. Ecco, innanzitutto, spiegato perché ho voluto vederlo e, di conseguenza, con che spirito l’ho guardato.

 

Il documentario, diretto da Rod Blackhurst e Brian McGinn, racconta, dal punto di vista dell’imputata, la vicenda giudiziaria di Amanda Knox, Raffaele Sollecito e – in brevissima parte – di Rudy Guede, tutti sospettati dell’omicidio di Meredith Kercher, studentessa erasmus inglese che fu trovata morta nella sua abitazione di Perugia il 1 novembre 2007.

 

Amanda Knox

 

La chiave di Amanda Knox sta tutto nel suo titolo: come i registi stessi hanno dichiarato, il documentario non vuole porsi come una ricostruzione oggettiva dei fatti bensì ripercorrere tutta la vicenda dal punto di vista di uno dei principali sospettati. E, infatti, tutto gira attorno Amanda Knox e a chi ha condiviso il suo stesso percorso, ovvero Raffaele Sollecito, mentre della vicenda di  Rudy Guede si ha solo una parziale sintesi.

 

Il documentario non si limita però solo a questo. Infatti, oltre ai ricordi di Amanda emergono altri due aspetti che hanno caratterizzato drammaticamente il processo per l’omicidio di  Meredith Kercher: alcune scelte discutibili – stando a quanto dicono gli esperti, io alzo le mani – del sistema giudiziario italiano e l’ossessione maniacale che i media gli hanno dedicato.

 

 

Questi due aspetti, per nulla secondari, sono stati messi in luce mediante due testimonianze: quella di Giuliano Mignini, il pubblico ministero che continua nonostante tutto a sostenere la colpevolezza di Amanda, e quella di Nick Pisa, un giornalista britannico che rivela senza problemi la discutibilità delle scelte dei media.

 

 

Affermare che Amanda Knox non sia un documentario interessante, almeno per quanto mi riguarda, sarebbe una bugia. E’ sicuramente interessante e sicuramente mi ha costretto a riflettere e a pormi qualche domanda – cosa assolutamente positiva. Eppure, se dovessi dire che mi è piaciuto non sarebbe del tutto vero.

 

Forse perché non amo la spettacolarizzazione delle tragedie – anche se questa produzione non è certo la prima ad averlo fatto – forse perché, in fondo, mi sconcerta ammettere che la verità probabilmente non verrà mai a galla – come dice la stessa Amanda – ma la realtà è che Amanda Knox si insinua subdolamente nel tuo cervello cercando di farti pronunciare una sentenza, sia essa di colpevolezza o assoluzione, e io non mi sento un giudice né tanto meno un prete e una sentenza proprio non voglio emetterla.

 

A voi la visione e il giudizio.

 

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