Pretty Hate Machine” è l’opera prima di un musicista tuttofare che ha saputo con il tempo influenzare fortemente l’industrial rock e ampliarne la popolarità, divenendo in pochi anni con la sua band uno dei pilastri del genere, quest’uomo è il “Mr. Self Destruct” Trent Reznor che nel 1989, con l’uscita di questo album diventato da subito un Cult del genere, mette subito in chiaro le basi del suo particolare sound e la forza devastante del suo spirito, cominciando un sofisticato e creativo lavoro sulle sonorità Industrial ed elettroniche ibridate al rock e al metal puro che porterà già con il successivo “The Downward Spiral” a vette veramente distruttive e monumentali, un percorso musicale che non è tutt’ora concluso e che durante gli anni è stato capace di mutare assieme all’anima di Reznor, che con “Hesitation Marks” ( 2013 ) segna forse un nuovo inizio, lasciando i testi e le sonorità violente usate per evocare e sconfiggere i fantasmi del passato per cercare di trovare finalmente la pace interiore tanto desiderata.
Firmandosi come “Nine Inch Nails” ma in realtà componendo, eseguendo, cantando e mixando l’intero album quasi interamente da solo, aiutato unicamente dall’amico batterista Chris Vrenna e dal chitarrista Richard Patrick, l’allora ventenne Reznor si dimostra con quest’opera prima un’eccellente e ingegnoso compositore polistrumentista, capace di donare grande dignità e popolarità a una musica sporca e alternativa come l’industrial ricalcando le orme dei colossi del genere di allora, come i Ministry e gli Skinny Puppy, ma sperimentando con grande personalità con ogni tipo di mezzo, riuscendo a mescolare con sapienza e gran gusto il synth-pop e rumori meccanici di vario tipo ad elementi tribali, hip hop e blues riuscendo però a far sempre prevalere le distorsioni elettriche, iniziando una rappresentazione sonora della malinconia e della rabbia fino a quel momento tenute represse che, fondendosi con le atmosfere sonore decadenti e le scariche di violenza dei testi capaci di raccontare il lato peggiore del mondo, e in particolar modo dell’essere umano, risulterà in futuro il punto centrale e fondamentale della band.
trentreznor-1

Come molte opere prime anche “Pretty Hate Machine” non risulta perfetta, in alcuni brani gli echi dei Ministry si fanno sentire prepotentemente e l’eccessivo approccio electro, seppur sperimentale ed eccellente per i tempi, non riesce a mostrate del tutto il potenziale nascosto del giovane Reznor, che carico comunque di una forza inventiva non comune nel manipolare, creare e mixare suoni e saper anche scrivere testi capaci di raccontare il decadimento della psiche umana a causa dell’amore, o, come nel primo brano “Head Like a Hole“, di protestare contro il materialismo, saprà conquistare immediatamente gli amanti del genere, mostrando quanto l’industrial rock abbia ancora molto da dire.

Tra i brani più significativi dell’album sono da segnalare “Terrible Lie“, dove Reznor esprime il suo odio verso un dio che gli ha portato ogni cosa, dove emerge in maniera più possente la batteria di Vrenna alternata a violente scariche elettroniche e tragiche sonaritá synth; “Sin” dove ogni elemento sonoro raggiunge la maggiore forza espressiva dell’album ed appoggia con cattiveria pura le parole piene di rabbia che Reznor urla contro un’amore che lo ha sostituito, dopo averlo riempito di bugie e avergli rubato ciò che rimaneva della sua purezza; infine “Something I Can I Never Have“, dove gli unici elementi sonori a fare compagnia alla voce di un Reznor desolante per aver perso qualcosa di troppo prezioso sono solo la triste melodia di un piano che tenta invano di dare conforto alla sua anima abbattuta e un battito industrial che tenta di caricare il tutto di odio verso un passato che è responsabile delle nostre sofferenze, un brano totalmente introspettivo che mostra il lato più poetico di un artista capace di tramutare in arte le proprie sofferenze, e quelle di ognuno di noi.


VOTO: 7.5

 

Comments

comments