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Stranger Things: qualcosa brilla e non sono solo luci natalizie!

Ok, partiamo dl presupposto che quest’articolo è assolutamente privo di spoiler. Può non sembrare, perché il titolo tira in ballo note lucine che fungeranno quasi da protagoniste nella serie televisiva, ma al di là di ciò, questo è un testo che non contempla alcun tipo di rivelazione anticipata sulla trama e sui personaggi.
Chiedo quindi la vostra clemenza per un titolo che alla fine non è nemmeno troppo esplicito e vi invito, se vi va, a leggere quello che ha significato per me, la prima stagione di Stranger Things.

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Anzitutto, l’articolo in questione non riguarda soltanto la mia opinione personale, che fungerà soltanto come un sottile contorno, ma vuole anche (soprattutto) essere un pretesto per analizzare quest’opera, questo film di otto ore come viene definito dai Duff Brothers (creatori della serie), in modo tale da spiegare perché un lavoro del genere ha suscitato così tanto scalpore non solo nel portale di Netflix ma nel web tutto. Ebbene, è il caso di cominciare.

 

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Dunque, come anticipato brevemente qualche riga sopra la serie ha una sua continuità, ogni puntata è il seguito della precedente. “Nulla di strano” penseranno in molti, “è la norma” dirà qualcun altro. Niente di più sbagliato, ma è sufficiente fare un piccolo passo indietro. Stranger Things è ambientato negli anni 80, e strizza l’occhio a quel periodo non solo ritraendo perfettamente una scenografia convincente e allo stesso tempo affascinante, ma portando all’interno della costruzione narrativa molteplici punti che ricordano una certe serie che solo i più vetusti riusciranno a ricordare. Per chi ancora non ci è arrivato, qui si parla di niente meno che “The Twilight Zone“, da noi uscita col titolo “Ai confini della realtà“. La serie menzionata prendeva piede alla fine degli anni 50, le puntate erano in bianco e nero e duravano circa mezz’ora. Dopo quasi ventisei anni fu rielaborata una nuova edizione con storie del tutto diverse, ed erano proprio i mitici anni 80 a regalare quel pizzico folcloristico che in breve sarebbe diventato tipico dell’epoca. Ogni puntata disponeva di una storia autoconclusiva dove i personaggi e le situazioni spingevano lo spettatore in dinamiche rocambolesche, strane, appunto ai confini della realtà. In quella zona oscura dove le cose non sono come appaiono davvero.
Diciamo quindi che in genere, il primo impatto in un amante del seriale televisivo e del cinema in quanto tale, diviene ancora più potente data la spiccata impronta sci-fi ammorbidita, tipica di quell’epoca, di quegli anni che per chi li ha vissuti difficilmente possono essere restituiti. E con questo la serie già si accaparra una discreta fetta di pubblico: i nostalgici.
Eppure rimangono gli altri. Rimane chi non ama le serie TV, chi ci è capitato per caso e chi, invece, è nato semplicemente dopo gli anni 80 e che per quanto possa sforzarsi, non vivrà mai quel desiderio di revival che detengono i suoi predecessori.
Come è riuscita la serie a conquistare questo genere di spettatori? Risposta difficile, forse azzardata, ma ci ho pensato su parecchio e mentre spulcio i miei appunti per vedere se sto dimenticando qualcosa, sono sempre più convinto sia quella giusta.
Ebbene, è tutta colpa di Steven Spielberg.
Sebbene gran parte del suo lavoro da regista e sceneggiatore ha visto il grandissimo successo negli anni 80, ed è quindi figlio di quel periodo, nella nostra penisola è stato un veloce riproporsi che si è espanso come l’eco di un diapason. I suoi film venivano trasmessi nelle TV locali a rotta di collo, facevano parte della nostra infanzia, erano i nostri compagni nelle sere prima di andare a dormire e nei giorni delle festività. Ricordo ancora oggi che sovente, nelle festività pasquali, E.T. veniva trasmesso la mattina, poco prima di pranzo. Mentre tutti in famiglia si cambiavano per uscire o per raggiungere la casa di un parente in cui si sarebbero svolti i festeggiamenti, io mi affrettavo a vestirmi solo per poter vedere l’ennesima volta lo stesso film con lo stesso alieno e lo stesso ragazzino; e ancora una volta torna l’elemento fantascientifico.
I Goonies“, di cui Spielberg ha scritto il soggetto, è denso di elementi che vengono riproposti dai Duff Brothers in Stranger Things. Mike, Dustin, Lucas… chiunque li abbia visti, ne sono certo, non ha fatto che pensare al gruppetto di piccoli avventurosi, protagonista de “I Goonies“.
Tra l’altro, ora che ci penso, lo stesso Spielberg ha trasposto cinematograficamente un suo film su “The Twilight Zone” ed è meraviglioso pensare come incredibilmente tutto torna.
Ma ancora non ci siamo propriamente. La risposta è stata data a metà perché qui si parla sempre di nostalgia. Se prima c’era una ricerca degli anni 80, adesso c’è il meravigliarsi come quando lo si faceva da piccoli. Non a caso quando mi viene chiesto cosa penso di Stranger Things in una frase, io rispondo: “E’ come svegliarsi a 23 anni e scoprire che tuo padre ha finalmente costruito la casa sull’albero che desideravi quando eri piccolo”.

 

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Il punto, quello che a mio parere chiude definitivamente il cerchio, è che i Duff Brothers abbiano sfruttato il tema della nostalgia (senza dubbio a loro caro) inserendo altri tributi del “nuovo cinema“, anche se mi sentirei di definirlo più “nuovo bisogno narrativo” che, paradossalmente, è lo stesso apportato nelle nuove opere fumettistiche degli ultimi dieci anni.
Diciamo che con l’avvento del 2000, la mentalità e la convenzione del “potere superiore” è cambiata radicalmente. Se ne avvertiva il sentore con Akira, per poi evolversi definitivamente con opere del calibro di Chronicle ed Elfen Lied (noto anime televisivo del 2004). Questo “potere superiore” è nient’altro che il nostro modo di relazionarci con la drammaturgia al tema del superpotere. Quello di cui parlo, quando tiro in ballo l’avvento del 2000 e delle nuove esigenze narrative, è che nel panorama audiovisivo, letterale e fumettistico, c’è un esplosione di negativismo incontrastato. E’ quel potere troppo grande dato a una persona incapace di controllarlo, ed è questo che secondo me ha avvicinato il restante pubblico all’opera.
Per certi versi, Stranger Things mi ha ricordato molto il discusso videogame “Beyond: Two Souls“, proprio per quanto riguarda l’ausilio del tema “potere superiore“, ma per altri, oltre alle opere citate in precedenza, mi ha ricordato di quando tempo fa giocavo ad inFAMOUS 2 e c’era un certo trofeo che recitava le testuali parole: “Da un grande potere… derivano poteri ancora più grandi“.
Questa frase rielabora la famosissima citazione del nostro amato e compianto zio Ben, ma descrive perfettamente il terrore che può scaturire da un potere troppo grande, destinato ad allargarsi ancora di più e a distruggerci, sia fisicamente che sociologicamente e psicologicamente, ed è un fattore che rende la serie in questione davvero interessante e che, di conseguenza, avvicina molti spettatori alla visione, quanto meno, della prima puntata.

 

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Non vi preoccupate, ho quasi finito. Mi sono reso conto di aver scritto davvero molto, e vorrei poter fare di più ma so per certo che rimarrei incollato al computer per ore ed ore. Non mi resta che analizzare senza entrare troppo nel dettaglio ciò che poi la serie televisiva, nel suo contenuto, ha da offrire.
Diciamo che a livello di sceneggiatura, la storia, il proseguire di essa e i suoi piccoli cliffhanger, non è che siano troppo pensati, ma niente panico. Il punto è proprio questo, nonostante la narrazione sia un poco telefonata, il gusto e la sorpresa non vengono storpiati in alcun modo perché comunque, quel che viene visto riesce a deliziare lo stesso.
Un ragazzino scompare in circostanze sospette e la ricerca da il via a una serie di eventi che, in otto ore, si esauriscono perfettamente. Gli attori muovono i loro passi con decisione e non ci sono azzardi ne tentennamenti nelle caratterizzazioni dei personaggi. Dai piccoli investigatori volenterosi nel ritrovare il proprio amico, alla madre disperata, al poliziotto dal passato torbido, alla piccola e silenziosa ragazzina, tutti quanti hanno in serbo un evoluzione semplice ma molto convincente; e questo non solo per merito di una sceneggiatura di tutto rispetto ma anche per delle vie registiche fortemente espressive. Da ricordare la prima e l’ultima puntata, dirette entrambe dai Duff Brothers, che si fanno carico di movimenti di macchina abbastanza elaborati che tendono a trascinare lo spettatore in una quasi totalità di ciò che accade nella scena. Pochi cambi e controcampi quando la situazione si fa intensa, piuttosto si scivola nella stanza navigando quasi con lo sguardo.
Unica pecca, ma neanche troppo pesante, è il pensare che nonostante il budget nello sviluppo delle scenografie, gli effetti speciali non rendano davvero giustizia ad un’opera che poteva benissimo meritarsi di meglio.
Insomma, tra il citazionismo che tira in ballo Carpenter o lo stesso Stand By Me, Stranger Things diviene un’opera che mescola perfettamente omaggi nostalgici a ventate di freschezza necessarie per l’andamento odierno delle serie televisive.

Ovviamente si vocifera già di un sequel, e non è una novità dato che la notizia ha fatto il giro del web nell’attimo stesso in cui è stata pronunciata. La sorpresa è che sarà un continuo diretto della prima stagione. Alcuni pensano sia una scelta azzardata, io non mi sento in grado di giudicare finché non avrò visto, oltre a ciò l’unica cosa che posso dire è di essere fiducioso.
In un panorama contemporaneo come questo, dove il più delle volte decidiamo di abituarci al mediocre, un po’ di fiducia in chi sta facendo o ha fatto un buon lavoro è quanto meno d’obbligo.

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