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Hurricane Ivan: una chiacchierata sul fumetto underground

Lunedì 4 Luglio si è tenuto un incontro, alla fumetteria Il Pianeta dei Saiyan a Trani, con Hurricane Ivan Manupelli. Noi di The Brain of Pop Culture non ci siamo fatti mancare l’opportunità di intervistare questo artista di spicco del sottobosco fumettistico, per farvi conoscere cos’è e come funziona il mercato del fumetto autoprodotto, ma anche ampliare questi argomenti per un pubblico già avvezzo a questi canali indipendenti.

 

Chi è Ivan Manuppelli?

Conosciuto anche con il soprannome Hurricane, Ivan Manuppelli è un illustratore, musicista, fumettista e animatore italiano. Fortemente ispirato dal fumetto underground americano, ha fondato nel 2001 la rivista The Artist e successivamente la rivista, erede spirituale della prima, PUCK!. Ha precedentemente lavorato per Frigidaire, creando la serie a fumetti I Nuovi Partigiani che narra le avventure di un gruppo di terrroristi ottuagenari. Altre sue creazioni sono la serie, in stop motion, Aztrokitifk & Mario, ma anche il fumetto Precary Man, il primo supereroe precario. Negli ultimi anni ha collaborato con la rivista satirica IL MALE e con Linus.

Ivan, potresti darci una definizione di fumetto underground?

Il fumetto underground esiste da molto tempo, forse ci è sempre stato. E’ quel fumetto che va contro l’editoria ufficiale ed è tendenzialmente autoprodotto. E’ indipendente non solo dalle regole di mercato, ma anche dal punto di vista dei contenuti, cosa che spesso molte autoproduzioni si dimenticano. Il fumetto underground ha una connotazione politica, nei contenuti come nella forma, può trattare una particolare tematica sociale, ma è accompagnata da un’estetica differente da quella tipica, il che ti porta a fare diverse ricerche [come autore]: vedere che tipo di disegno va di moda (ad esempio adesso va molto un tipo di illustrazione fredda e vettoriale) e cercare un linguaggio completamente diverso.

Insomma, io vedo il fumetto, cosiddetto, “underground” come un miscuglio tra un contenuto sociale e politico che porti ad una provocazione delle coscienze, una forma che preveda un’estetica contraria al canone attuale, e il fatto di essere autoprodotto, così da diventare un po’ il manager di te stesso e curare meglio ogni aspetto del tuo prodotto.

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Quali sono gli artisti a cui più ti ispiri?

Sono diversi! Tra gli italiani: Magnus, Bonvi, Pazienza, Jacovitti, Bozzetto per i suoi cortometraggi, Paolo Bacilieri, Vincino che mi ha insegnato (indirettamente) a preoccuparmi di meno del dettaglio. Ma anche molti artisti del secolo scorso come Goya, Otto Dix, Grosz e Hans Bellmer. Mi ispiro anche a diversi fumettisti esteri: Robert Crumb ovviamente, Ralph Steadman, Tom Bunk (che ho avuto la fortuna di coinvolgere nella copertina del numero di Comic Party), Gregoy Jacobsen e Jack Davis. In generale tutti gli autori con cui ho lavorato su PUCK! mi hanno lasciato qualcosa, così come tutti quegli artisti che hanno utilizzato il macabro e il grottesco per produrre un’analisi del sociale.

C’è qualche fumettista italiano attuale che ti piace particolarmente, oltre al già citato Paolo Bacilieri?

Tra gli italiani attuali anche Ilaria Clari, che sta venendo pubblicata su Linus, Elena Rapa, Stefano Zatterra, Squaz e tanti altri.

Il crow founding sta diventando uno strumento parecchio utilizzato, sopratutto nel panorama fumettistico italiano, un esempio è Lumina di Tenderini e Cavallini. Quanto può funzionare un progetto sviluppato su queste piattaforme, data la tua esperienza con Apuckalypse, e effettivamente serve a far conoscere gli artisti non solo al grande pubblico, ma anche agli editori italiani più “grandi”?

Con Apuckalypse è andato tutto molto bene e abbiamo proposto il progetto sulla piattaforma spagnola Verkami, avevamo lavorato tanto e per un po’ abbiamo creduto che la cosa non potesse andare in porto. Rimango comunque molto combattuto sulla questione crowfounding. E’ comunque un aiuto, perché invoglia il lettore ad investire in un progetto e riesci anche a capire qual è il potere che possiedi nei confronti del mercato. Ma il tutto ha preso, col tempo una piega differente, un po’ come tutte le cose nate dal web.

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L’autoproduzione dovrebbe essere qualcosa di sperimentale e particolare, ma ora col crowfounding ci si sta sostituendo agli editori: da pubblicare una cosa particolare come Apukalypse, ad esempio, nato dalla collaborazione di 100 artisti (di cui 50 mai pubblicati in Italia), col crowfounding pubblico il nuovo numero di Tex, per dirne una, ovvero un prodotto che dovrebbe passare in mano ad un editore, e tutto ciò è sbagliato. E’ giusto tener divisi i due mercati: quello ufficiale e quello clandestino sperimentale; se però gli autori utilizzano questo secondo canale per dei prodotti che appartengono a quello ufficiale, ciò provoca un vuoto di rappresentanza in quest’ultimo mercato e gli editori continuano a ristampare i “morti”. Anche perché sono due tipi di lavori diversi, è come se sei un regista sperimentale, arriva un produttore di Hollywood, con una ventiquattrore piena di dollari e ti dice “Fai quello che vuoi.”, ma con i mezzi messi a disposizione decidi di fare qualcosa in grande, invece quando fai una cosa da solo pensi a qualcosa di più circoscritto e con un approccio differente. Insomma, ci sono diversi risvolti di cui tener conto.

In un periodo in cui il fumetto italiano è si è rinnovato con le cosiddette “Graphic Novel”, penso alle storie di ZeroCalcare, così come quelle di Gipi, c’è ancora posto per il fumetto underground?

Certo, ci sarà sempre spazio perché il fumetto autoprodotto lo spazio se lo prende. Ad esempio ho partecipato a questo festival, il Crack! di Roma, che è il punto nevralgico di tutte le autoproduzioni italiane, ma anche europee e mondiali e nessun autore, tra questi, si è mai posto tale problema, semplicemente hanno prodotto le proprie idee e si sono imposti, deve quindi essere un approccio anche un po’ violento. L’editoria non è particolarmente attenta a quello che il pubblico necessita, non si pone il problema etico di ammettere che un determinato argomento è stato già trattato o se quell’autore è troppo inflazionato, al mercato ufficiale non interessa nulla di tutto ciò, a loro importa, semplicemente, cosa vende di più. Ed è per questo che il fumetto underground c’è e sarà sempre presente.

Progetti a cui stai lavorando?

Ad Agosto verrà pubblicato uno speciale estivo, di sedici pagine, su Linus, che ho curato insieme alla nuova direzione, per cui hanno partecipato vari autori e si chiamerà Linus Vacation. Uscirà, ad ottobre, l’antologia La Rabbia per Einaudi. Sto anche realizzando una storia che riguarda il ritorno di Al Capone dall’inferno, ma che verrà pubblicata inizialmente in esclusiva per Chicago, per via di un accordo con la fumetteria Chicago Comics che co-produce il fumetto. Sto pensando ad una storia lunga, una cosiddetta Graphic Novel (anche se non mi piace questo appellativo), ma sono in cerca di un editore. Infine vorrei realizzare una mia comic strip, ma è un tipo di narrazione molto complessa e con cui io non mi sono mai confrontato, bisogna sempre terminare con una battuta, però allo stesso tempo si deve creare un ritmo che simuli una pubblicazione settimanale o addirittura quotidiana. Vedremo un po’ come va!

LARABBIA

Ringraziamo Ivan per la disponibilità, ma anche Nicola Ragno, titolare della fumetteria Il Pianeta di Saiyan per l’opportunità.

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