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The good die young: a Runaways critique

Fuggire è un verbo che il più delle volte mette in crisi il lettore, o chi lo professa, o chi se ne adopera. Molte volte viene figurato come un atto che anela alla soddisfazione del “Terrore“, un po’ come se la si stesse dando vinta alla paura.
Per quanto mi riguarda ( e tiro in mezzo anche il 90% di tutti gli altri esseri umani che sono venuti a contatto con l’opera ), ad un primo impatto il termine Runaways come titolo di una nuova testata fumettistica ha suscitato in me un certo sentimento contrastante.
Mi sono chiesto come, un gruppo di ragazzi in fuga da una qualsiasi entità malvagia, potesse mai destare il mio interesse?
In realtà la risposta conta molto poco per tre motivi principali: il primo è senza dubbio il più importante dato che, mentre mi facevo questa domanda, già ero in metro con la mia copia nello zaino. Il secondo motivo invece era che, comunque sia, nonostante la domanda mi avesse fatto subito pensare ad un fumetto che trattasse tematiche come la debolezza e la fallibilità, mi ero proprio sentito attratto d questi ultimi due fattori, e già solo per lo sdoganamento dei punti cardine del supereroe classico, il fumetto meritava la mia attenzione. Il terzo motivo poi, avrebbe preso la sua forma dopo i primi capitoli di lettura. Il punto è che già dopo qualche pagina, a partire dal momento in cui i protagonisti scelgono di fuggire, comprendiamo che proprio questo termine non è dettato dall’angoscia, o dal rifiuto di affrontare qualcosa. Tutto il contrario.
La forza di Runaways sta nella voglia di comprendere qualcosa, utilizzando il giusto distacco come strumento per giungere infine alla chiarezza più completa non solo sui propri nemici, ma anche ( ed è questo il bello ) di se stessi.
Un passo alla volta.

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La trama del fumetto è veramente molto semplice: sei ragazzi di paesi differenti s’incontrano ogni anno, questo perché i genitori, vecchi amici o colleghi, desiderano riunirsi per discutere riguardo degli affari abbastanza importanti che però rimangono oscuri ai giovani. Ad un certo punto i sei adolescenti, presi dalla curiosità e dalla smania di sapere, faranno la scoperta di un segreto che lega le loro famiglie, il motivo del ritrovo annuale diventerà quindi il punto esatto in cui i ragazzi prenderanno la decisione di separarsi dai loro genitori.
Come vedete è abbastanza lineare come procedimento: mondo ordinario sconvolto da una notizia forse troppo dura per poter essere smaltita da una mente giovane come quella di un adolescente.
In realtà è proprio da questa semplicità che l’opera fumettistica trae la sua forza. Brian Vaughan, col primo arco narrativo composto da ben 18 albi ( chiamato appunto: The good die young ), ci accompagna in una riflessione che porta i ragazzi a comprendere meglio gli aspetti del microcosmo familiare, così poi da poter essere più maturi ed evolvendo, arrivando infine ad essere personaggi in grado di giudicare il macrocosmo che è tutto il mondo intorno a loro.
Non è l’ennesimo Teen Comics, dove lo sbarbassero impenitente deve raffrontarsi con un super potere tutto nuovo e dove esclamazioni come “WOW” o “Che figata posso volare!” regnano sovrane. No. Il punto è la crescita. E’ il vivere da soli e fare le proprie scelte.

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Nella prefazione della prima ristampa edita da Panini Comics, lo stesso Vaughan parla di come l’adolescenza per lui sia stata molto importante e di come abbia sempre desiderato dire la sua su quest’ultima.
Remender, altro famoso sceneggiatore di fumetti, ci ricorda come la sua opera Deadly Class sia l’impronta marcata che la sua giovinezza ha lasciato dietro di lui, e viene automatico il paragone con Vaughan perché sono due autori attratti dalla loro crescita ma che hanno filtrato il messaggio in maniera diversa.
Se con Deadly Class abbiamo la rivalsa nei confronti della vita, con Runaways abbiamo la consapevolezza della crescita e la responsabilità che si cela dietro ogni nostra scelta.
E’ quindi doveroso il compito di infondere coraggio, soprattutto ai nuovi lettori: coloro che magari si avvicinano al mondo dei comics per la prima volta. Andate oltre l’eroe senza macchia, che si lancia nel caos elargendo battute e giungendo infine al trionfo, anche stereotipato se vogliamo.
Per carità, ogni lettura è valida ma se volete concretizzare una riflessione rispetto la crescita dell’adolescente, Runaways è quello che fa per voi. Un’opera che stringe le briglie del supereroe contemporaneo e le mescola ai punti salienti di una crescita drammatica, travagliata e che rende tangibile il senso di fallibilità che, invero, affolla le crescite dei più.
Un trattato fumettistico della durata di 18 albi ora ristampati in tre volumi che, fra una risata e un silenzio di rammarico, saprà regalarvi un’esperienza che alla fine vi farà ritenere più che soddisfatti.

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